domenica 27 maggio 2012

Roma - il periodo repubblicano

Il 509 a.C. è, secondo la tradizione, l'anno in cui, in seguito ad una rivolta, fu cacciato Tarquinio il Superbo, l'ultimo dei re di Roma. L'anno coincide con la cacciata da Atene dell'ultimo dei tiranni, Ippia.
Anche la vicenda della cacciata di Tarquinio è narrata da Tito Livio che, mescolando storia e leggenda, mette al centro della vicenda l'eroina Lucrezia, moglie di Collantino che, insieme a Lucio Giunio Bruto sarà il primo console della Repubblica romana.

Il Bruto capitolino, probabile ritratto di Lucio Giunio Bruto
Nella Repubblica (res = cosa; publica/populica = del popolo) la figura del monarca viene sostituita da quella dei consoli, due magistrati eletti dal "popolo" in carica per un solo anno.
Il "popolo" che elegge i consoli (e altri magistrati che via via si affiancheranno a loro nella gestione dello Stato) è  rappresentato nell'assemblea dei COMIZI CENTURIATI.
Nei comizi la cittadinanza è suddivisa in 5 classi di reddito, secondo un principio timocratico (cfr la riforma di Solone ad Atene).
Ogni classe di reddito a sua volta comprende un certo numero di centurie. Cos'è una centuria?
Era un "gruppo di cittadini" che aveva diritti politici collegati ai doveri militari.
Ovvero: ogni centuria doveva fornire all'esercito romano un certo numero di soldati, i quali si armavano a proprie spese, a seconda di quello che il loro reddito gli permetteva di fare.  In cambio di questo servizio reso alla città, ogni centuria aveva diritto ad esprimere un voto all'interno dei comizi (NB: quindi non ogni persona esprimeva un voto, ma ogni centuria).

I comizi centuriati comprendevano 193 centurie divise in 5 classi di reddito. Ogni classe aveva uno specifico "compito militare":


CENTURIE
ARMAMENTO
I CLASSE
100
(18 cavalieri + 80 fanti + 2 fabri )
Fanti con armatura completa alla greca (elmo, scudo, gambali e corazza di bronzo.  Lancia e gladio (spada corta a doppio taglio) +
Cavalieri
+
Addetti alle macchine da guerra (fabri)
II CLASSE
20
Fanti con armatura più leggera (senza corazza)
III CLASSE
20
Come la 2° classe meno i gambali
IV CLASSE
20
Solo lancia e gladio, senza armatura difensiva
V CLASSE
32
(30 di frombolieri + 2 di suonatori)
Frombolieri (lanciatori di fionda), suonatori di tromba e corno, inservienti

La 193 centuria era quella dei capite censi, privi di reddito e di obblighi militari.

Ogni volta che bisognava votare un provvedimento, le centurie venivano chiamate, una alla volta, a partire da quelle della prima classe. Quando veniva raggiunto il quorum di 97 voti il provvedimento veniva approvato (o respinto) e la votazione si interrompeva. Era quindi molto raro che i membri della III, IV e V classe riuscissero a votare.
Si capisce quindi che questo sistema di voto era congegnato in modo da favorire sempre gli interessi delle classi più ricche. 

Quali decisioni prendevano i comizi centuriati?
- eleggevano i magistrati più importanti (consoli, censori...)
- approvavano o respingevano le leggi proposte da questi ultimi
- decidevano sulla proclamazione di una guerra
- fungevano da tribunale nel caso di processi che potevano concludersi con la condanna a morte dell'imputato

Sui poteri e i limiti dei consoli vedi pagina 237 del libro di testo

consoli romani

Sulle altre magistrature repubblicane:
- censura: pagina 275
- dittatura: pagina 275
- tribuni della plebe: pagina 275

Sui poteri del Senato: pagina 237

Il senato romano 

venerdì 25 maggio 2012

La fondazione di Roma - tra storia e leggenda

21 aprile 753 a.C.
Secondo la leggenda questa è la data in cui venne fondata la città di Roma.
Tra i miti che narrano le mitiche origini della città il più celebre è quello esposto da Virgilio nell'ENEIDE.
Un'altra fonte fondamentale per indagare i primi secoli di storia della città laziale è il testo di Tito Livio, AB URBE CONDITA LIBRI - Storia di Roma dalle sue origini. In realtà anche nel racconto di Livio realtà e leggenda si intrecciano strettamente.
Enea e i suoi familiari in fuga da Troia - dipinto di F. Barocci
Nel racconto di Virgilio l'eroe troiano Enea, figlio di un mortale e della dea Venere, fugge dalla sua città conquistata e incendiata dagli Achei dopo 10 anni di assedio. Con lui ci sono il padre Anchise, il figlio Ascanio (più tardi chiamato Iulo) e un gruppo di fuggitivi troiani. Una profezia vuole che Enea diventi il fondatore di una stirpe destinata a dominare il mondo. Dopo un lungo girovagare per il Mediterraneo, durante il quale farà tappa a Cartagine dove vivrà una drammatica storia d'amore con la regina Didone, Enea giungerà con i suoi compagni sulle coste del Lazio. Qui, dopo varie vicissitudini fonderà la città di Lavinio. 
il viaggio di Enea
Successivamente Ascanio/Iulo, progenitore della gens Iulia, la famiglia di Giulio Cesare e dell'imperatore Ottaviano Augusto,  fonderà la città di Alba Longa.
Virgilio, che visse durante l'impero di Augusto, scrive un'opera nella quale vuole esaltare la nobiltà delle origini di Roma, ricollegandola agli illustri eroi omerici e alla volontà degli dei di destinarle un futuro di grande potenza dominatrice. Anche la famiglia imperiale viene collegata a questo destino - Augusto infatti, nel mito virgiliano, risulta discendere da Iulo e, quindi dalla dea Venere, oltre che dai mitici fondatori. Chi più legittimato di lui a governare?

In realtà l'Eneide non ci parla della fondazione di Roma, per il semplice fatto che, se le vicende della guerra troiana si collocano nel XII sec. e, nella convinzione degli storici romani la fondazione dell'Urbe risale al 753 a.C., tra i due eventi c'è un intervallo di ben 4 secoli.

Tito Livio racconta come dopo tanti secoli dalla fondazione di Alba Longa ha origine la vicina città di Roma.
Narra Livio che allora regnava su Alba Longa il re latino Numitore. Un giorno questi viene spodestato dal fratello, Amulio il quale, temendo che Rea Silvia, figlia di Numitore, potesse un giorno avere dei figli che avrebbero potuto legittimamente reclamare il trono che lui aveva usurpato, la costringe a diventare vestale.
Le vestali erano sacerdotesse della dea Vesta, le quali avevano l'obbligo di mantenersi vergini per tutta la durata della loro carica, 30 anni.
Un giorno, però, il dio Marte si innamora di Rea Silvia e si unisce a lei. Da questa unione nasceranno due gemelli, Romolo e Remo.
Marte e Rea Silvia - dipinto di P.P. Rubens

Quello che Amulio temeva si era quindi realizzato. Quel che decide di fare dei nipoti il crudele zio lo potrai ascoltare cliccando sul link qui sotto:


Divenuti adulti Romolo e Remo scoprono le loro origini. Tornati ad Alba Longa uccidono Amulio e rimettono sul trono il nonno Numitore.
La loro ambizione è però quella di fondare una nuova città.
A pagina 240 del tuo libro Tito Livio racconta la leggenda della fondazione.


La felice posizione geografica di Roma
Molto prima della data della mitica fondazione la zona di Roma era popolata da popoli indoeuropei, come i Latini  e i Sabini insediati in villaggi sui colli che ora fanno parte della città.
La zona sulla quale sorse Roma era racchiusa tra i potenti insediamenti etruschi a nord e le ricche città della Magna Grecia a sud.
Si trovava presso un'ansa del fiume Tevere, in una zona adatta al guado grazie alla presenza dell'isola Tiberina. I numerosi colli ne facevano una zona adatta alla difesa dalle aggressioni esterne. Il mare era vicino, ma non tanto da rendere l'insediamento facile preda di aggressioni piratesche. Presso la foce del Tevere , nella zona di Ostia, vi erano delle saline. Il sale, prodotto fondamentale per la conservazione del cibo, veniva trasportato principalmente lungo la via Salaria, importantissima via commerciale, che attraversava la zona di Roma. 

IL PERIODO MONARCHICO
753-509
filmato: I 7 RE DI ROMA: http://www.ovo.com/re-roma

Prima fase:
- alternanza di re latini e sabini. Romolo stesso governa insieme al sovrano sabino Tito Tazio (vedi la leggenda del rapimento delle donne sabine  narrata da Livio - pag. 241).

Seconda fase:
- predominio etrusco. Il 5° (Tarquinio Prisco) e il 7° re (Tarquinio il Superbo) portano un nome etrusco, indice del predominio  di questo popolo sulla città laziale nel VI sec.

Durante il periodo etrusco la città si ingrandisce e si rafforza: vine bonificata l'area paludosa ai piedi dei colli, dove sorgerà la piazza del Foro; sotto il 6° re, il latino Servio Tullio, viene costruita la prima cerchia di mura difensive (le mura serviane).

Roma alla fine del periodo monarchico. In rosso il circuito delle mura serviane

tratto delle mura serviane visibile ancora oggi

Quella romana era una MONARCHIA ELETTIVA. Il re veniva eletto dall'assemblea delle famiglie più illustri. Originariamente il sovrano era affiancato nelle sue funzioni da un consiglio di anziani (i patres delle famiglie più nobili e più ricche). Da questa assemblea deriverà il futuro senato.

Il re era anche il supremo capo religioso ed era affiancato dai collegi sacerdotali:
- Collegio dei pontefici: depositario e interprete delle norme giuridiche prima che si giungesse alle prime leggi scritte.
- Collegio degli aùguri: che aveva il compito di interpretare la volontà degli dei per garantire felice esito delle imprese.
- Collegio delle vestali: avevano il compito di custodire il fuoco sacro.


rovine del tempio di Vesta, nel Foro romano






lunedì 14 maggio 2012

LE MIGRAZIONI INTERNE. L'esempio dell'Italia del dopoguerra

A partire dalla metà degli anni Cinquanta l'Italia conobbe un improvviso e vertiginoso sviluppo economico che toccò il culmine negli anni 1958-1962, periodo passato alla storia con la definizione di "miracolo economico".
Nei dieci anni tra il censimento del 1951 e quello del 1961 la produzione industriale crebbe del 120% e il reddito nazionale del 78%.


Ma nella storia d'Italia il "miracolo economico" assai più che una crescita economica e un miglioramento del livello di vita. Rappresentò anche un'occasione senza precedenti per il rimescolamento della popolazione italiana. Centinaia di migliaia di italiani partirono dai luoghi di origine, lasciarono i paesi dove le loro famiglie avevano vissuto da generazioni, abbandonarono il mondo dell'Italia contadina e iniziarono nuove vite nelle città dell'Italia industrializzata.

La stazione Centrale di Milano negli anni del boom economico
E' difficile stabilire i numeri effettivi di questa enorme ondata migratoria. I cambiamenti di residenza certificati nei comuni non sono un dato su cui si possa fare affidamento. Infatti fino al 1961 vigeva in Italia una legge approvata nel 1939 dal regime fascista per scoraggiare le migrazioni interne e l'urbanizzazione.
Questa legge assurda diceva che per poter cambiare residenza era necessario provare di avere un'occupazione nel luogo della nuova dimora; ma, allo stesso tempo,  per poter ottenere un'occupazione era necessario possedere un nuovo certificato di residenza.
Ovviamente questa norma veniva ampiamente ignorata, tuttavia era causa di angoscia per migliaia di emigrati che, messi ingiustamente in una situazione di illegalità, si trovavano in una situazione di debolezza nei confronti dei datori di lavoro e dei padroni di casa.

Anche se non ci sono statistiche affidabili prima del 1961 è comunque indubbio che nel ventennio 1951-1971 la distribuzione geografica della popolazione italiana subì uno sconvolgimento. In quegli anni oltre 10 milioni di italiani furono coinvolti in migrazioni interregionali.

L'abbandono delle campagne
L'aspetto più evidente di queste migrazioni fu l'abbandono delle campagne: nelle regioni del Nord-ovest, tra il 1951 e il 1964, gli addetti all'agricoltura passarono dal 25% al 13%; nelle regioni del Nord-est dal 48% al 26%. La meta di queste migrazioni erano per lo più le città del triangolo industriale (Milano, Torino e Genova).
Simili a quelli del Nord-est sono i dati per le regioni del Centro.
La fuga dalle campagne fu un po' meno rapida nelle regioni meridionali ma, in generale, l'emigrazione dal Mezzogiorno d'Italia, fu di gran lunga la più drammatica.

L'esodo dal Mezzogiorno d'Italia
Chi sceglieva di emigrare dal Sud proveniva soprattutto dalle zone rurali più povere, dai paesi collinari e di montagna e sceglieva essenzialmente tra due alternative: il cuore industriale dell'Europa del nord (in particolare la Germania occidentale) o le grandi città industriali dell'Italia settentrionale.
Nel 1963 Germania e Svizzera raccoglievano l'86% dell'intere emigrazione italiana in Nord Europa.

I flussi più massicci erano però quelli diretti verso le città industriali dell'Italia settentrionale:
- nel 1958 in queste città si registrarono 69.000 nuovi residenti provenienti dal Mezzogiorno
- nel 1962, dopo l'abrogazione della legge di cui si è detto sopra, questo numero salì a 204.000 e rimase a livelli poco inferiori negli anni immediatamente seguenti.


Questo flusso enorme trasformò radicalmente le città italiane:
- La popolazione di Roma, gonfiata da immigrati provenienti da Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia e Sardegna aumentò tra il 1951 e il 1967 da 1.650.000 abitanti a 2.600.000.
- Milano, i cui immigrati provenivano per il 70% dalle campagne lombarde e venete e per il 30% dal Sud crebbe in quegli anni da 1.270.000 abitanti a 1.680.000. Crebbero impetuosamente anche le piccole città dell'hinterland come Monza, Rho e Cinisello Balsamo.
- Torino (sede della maggiore industria italiana, la FIAT) passò dai 700.000 abitanti del 1951 al 1.120.000 del 1967. I comuni dell'hinterland aumentarono la popolazione di oltre l'80%. Il flusso di immigrati dal Sud era così massiccio e continuo che, alla fine degli anni '60, Torino divenne la terza più grande città "meridionale" d'Italia dopo Napoli e Palermo.



Puglia, Sicilia e Campania furono le regioni meridionali che persero il maggior numero di abitanti.
Le cause che spinsero la popolazione rurale a abbandonare la terra sono varie e complesse (citiamo solo lo sviluppo della meccanizzazione che ridusse il numero di impiegati nel lavoro agricolo), ma erano soprattutto molto forti i fattori di attrazione esercitati dalle città industriali: chi lasciava la terra per la fabbrica aveva la quasi certezza di redditi più alti. La prospettiva di un salario regolare e di un regolare orario di lavoro era estremamente allettante per dei contadini che avevano sempre lavorato come bestie al tempo del raccolto, ma che avevano poco da fare e niente soldi in tasca durante il periodo invernale.
Per i giovani provenienti da queste realtà, la maggior parte dei primi emigranti, l'attrazione della città era irresistibile. Alla sera, nelle piazze dei paesi meridionali, non parlavano d'altro. La televisione del bar locale trasmetteva immagini del Nord, di un nuovo mondo consumistico fatto di Vespe, radio portatili, campioni sportivi, nuove mode, case piene di elettrodomestici, automobili...
I giovani, generalmente scapoli erano i primi a partire. Erano i più scontenti e i più determinati.



Una volta giunti al Nord su treni come il famoso treno del sole che da Palermo raggiungeva Torino, coloro che potevano si recavano da parenti, amici o conoscenti. Chi non poteva (e nei primi anni erano parecchi) trovava un letto in qualche piccola locanda vicino alla stazione, dove si dormiva in 4 o 5 per stanza, talvolta anche in 10 o 15. Chi non poteva permettersi una locanda cercava un riparo per la notte nelle sale d'aspetto delle stazioni o negli scompartimenti vuoti dei treni.

Palazzoni e baracche di immigrati nella Roma degli anni'60

1962: baracche di immigrati italiani a Ginevra, in Svizzera
Tra questi primi immigrati meridionali vi era una netta distinzione tra la minoranza che proveniva dalle città e la maggioranza che arrivava dai paesi di campagna. I primi avevano più contatti nelle località di arrivo, trovavano lavoro subito, riuscivano a parlare abbastanza bene l'italiano, a differenza dei secondi che parlavano solamente il dialetto. In generale i "cittadini" erano meno disorientati di fronte alle novità della vita nelle metropoli del Nord.

Negli anni del "miracolo economico" nella sola Lombardia il numero degli operai nell'industria aumentò di 200.000 unità, facendo di Milano uno dei più grossi centri industriali d'Europa. Ancora più impetuosa fu la crescita del settore terziario.
Gli emigranti meridionali, di solito, non entravano subito nelle fabbriche, ma cominciavano a lavorare nell'edilizia. L'orario di lavoro era molto lungo, le sostituzioni del personale frequenti e le misure di sicurezza minime. In un solo mese, nel luglio del 1961, a Torino ci furono 8 incidenti mortali nei cantieri edili.
Molti, di sera, alla fine della giornata lavorativa, svolgevano un secondo lavoro (ad esempio, a Milano, nella costruzione della metropolitana, avviata in quegli anni).

Il caporalato
Molti emigranti provenienti dal sud trovavano il primo impiego attraverso "cooperative". Organizzatori di queste erano, in genere, capetti di origine meridionale che lucravano rifornendo le fabbriche del Nord di manodopera a basso costo. Il lavoratore versava una tassa di iscrizione alla "cooperativa" e iniziava a lavorare senza alcun contratto ufficiale, senza contributi per la pensione, senza assicurazione. L'azienda retribuiva la "cooperativa" con un certo ammontare per ogni lavoratore, ma in tasca di quest'ultimo finiva meno della metà della somma.
Si trattava di uno dei tipici modi di dividere i lavoratori, dato che gli operai settentrionali vedevano indebolita la loro posizione di fronte ai datori di lavoro da parte di immigrati che svolgevano le stesse mansioni per un terzo del loro salario.
Solo nel 1960, grazie alla forte protesta dei sindacati e degli stessi lavoratori immigrati, le "cooperative" furono messe fuori legge.

VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=6j_yDhz171s

Il problema della casa
Dopo aver risparmiato un po' di denaro l'immigrato chiamava la famiglia a raggiungerlo. Spesso lasciava a casa, in campagna, i propri genitori, soprattutto se anziani, ma inviava loro denaro e andava a trovarli d'estate.
Per la famiglia arrivata al Nord iniziava subito il dramma di trovare una casa dove sistemarsi. Le città settentrionali erano assolutamente impreparate per un afflusso così massiccio e le famiglie erano costrette a vivere, negli anni del "boom", in condizioni assai precarie.

A Torino i nuovi abitanti trovarono alloggio negli scantinati e nei solai del centro, negli edifici destinati ala demolizione, in cascine abbandonate della periferia.
Ovunque si verificarono episodi di razzismo e spesso gli appartamenti non venivano affittati ai meridionali.
Nei solai del centro vivevano anche 4 o 5 persone per stanza. Le stanze, spesso, non erano che un'unica camera  divisa da tende e vecchie coperte. Lavandini e gabinetti si trovavano nei corridoi ed erano in comune anche tra una decina di famiglie, 40-50 persone.

A Milano gli immigrati risolsero diversamente il problema-casa: con la costruzione delle cosiddette "coree" - gruppi di case costruite abusivamente di notte dagli stessi immigrati su terreni agricoli comperati con i loro risparmi. Il nome coree deriva dal fatto che queste costruzioni apparvero per la prima volta durante la guerra di Corea (1950-53).

"Milano, Corea", dal nome delle abitazioni di cui  si è detto, è anche il titolo di una bel libro-inchiesta sull'immigrazione a Milano negli anni del "miracolo economico"

"L'è sta il 18 gennaio '55, e son arrivà a Milano con vento e neve, e ho comincià a cercar lavoro con vento e neve. Al terzo giorno lavoro sotto la ditta ING. R. di  Milano; tutto a posto, tutto in regola, come che marcia il mondo.
Per dormire dormivo in cantina nelle case in costruzione. L'impresa mi dava il permesso e per mangiare mi facevo da mangiare con una macchinetta a spirito, così, da solo. Due anni ho fatto quella vita lì, e così ho cumulato un po' da comprarmi quel pezzo di terra. Ci ho messo un anno. Quando che ho avuto un po' di materiale, ho cominciato dalle 9, le 10, le 11, alla sera, perchè lavoravo al ciaro di luna, con la lanterna... Così è andata avanti questa casa qua. Appena mi è riuscito di coprire il tetto, ho fatto venire la famiglia. ui nella cucina il pavimento non c'era. Le porte, avevo delle tavole inchiodate."
Testimonianza di Vito, immigrato dal Veneto a Milano nei primi anni '50 (tratto da Milano, Corea di Franco Alasia e Danilo Montaldi)


La scuola
Attraverso le scuole una generazione di bambini meridionali imparò l'italiano e divenne settentrionale.
I maestri dovettero fronteggiare enormi problemi, mentre il numero insufficiente delle classi costringeva spesso ai doppi o ai tripli turni.
I bambini degli immigrati si iscrivevano a scuola durante tutto l'anno. All'inizio capivano poco di quello che veniva detto loro, in molti parlavano solo un dialetto strettissimo.

La condizione degli immigrati migliorò lentamente nel corso degli anni. Tra la metà e a fine degli anni '60 nelle periferie del Nord vennero costruiti grandi palazzoni in numero sufficiente ad ospitare la maggioranza delle famiglie immigrate.
Questi nuovi quartieri operai, spesso decisamente brutti, mancavano dei servizi essenziali: negozi, biblioteche, uffici postali, giardini... Ma rispetto a quello che gli immigrati avevano lasciato, sembrava il paradiso: i nuovi appartamenti avevano riscaldamento, bagni, finestre e pavimenti decorosi; presto gli inquilini furono in grado d comprare frigoriferi, televisori, lavatrici. Il terribile periodo di sradicamento  e transizione sembrava finalmente dare i suoi frutti: una nuova vita era cominciata.

VIDEO -  RAI STORIA: L'emigrazione italiana negli anni '70