domenica 19 febbraio 2012

DEMOGRAFIA 3


La teoria della transizione demografica descrive un fenomeno (la riduzione della natalità che consegue alla riduzione della mortalità), ma non ne spiega le cause.
Trai primi a porsi il problema delle cause e delle conseguenze della crescita della popolazione vi fu l’economista inglese, vissuto a cavallo tra il XVIII e il XIX sec., Thomas Robert Malthus.

Teoria di Malthus
La fama di questo studioso è legata a un libro pubblicato nel 1798: Saggio sul principio della popolazione e sui suoi effetti sul futuro miglioramento della società.
Nel suo libro Malthus vuole dimostrare i pericoli legati a un’eccessiva crescita demografica. Sostiene che la miseria è l’effetto irrimediabile dello squilibrio tra popolazione e risorse.

Thomas R. Malthus
L’economista inglese affermava che la popolazione, a causa dell’istinto naturale alla riproduzione, aumenta molto più rapidamente rispetto alla disponibilità delle risorse (la terra è un bene limitato e le innovazioni tecnologiche si sviluppano con lentezza) condannandosi di conseguenza alla crisi alimentare.
Talvolta l’equilibrio viene ristabilito da eventi catastrofici come guerre, epidemie e carestie.
Secondo Malthus per mantenere uno sviluppo parallelo tra la crescita della popolazione e quella delle risorse sarebbe stato necessario sviluppare dei “freni morali”: ritardare l’età del matrimonio e scoraggiare fortemente le nascite illegittime. Era a suo avviso necessario, per di più, abolire qualsiasi forma di assistenza ai poveri, in modo tale da scoraggiare la prolificità nelle classi sociali meno abbienti.
Anche se in buona parte smentite, le teorie malthusiane hanno avuto il merito di mettere in luce, con molto anticipo un problema oggi molto attuale: quello dell’equilibrio fra popolazione e risorse disponibili e della conseguente necessità di adottare un sistema di sviluppo sostenibile per il pianeta.

Oggi altre teorie cercano di spiegare le dinamiche demografiche mettendo  l’accento sulle motivazioni che spingono le coppie a mettere al mondo un numero più o meno elevato di figli. Per esempio la nuova teoria economica della famiglia sostiene che i principali motivi economici per cui si mettevano al mondo i figli nelle società contemporanee vanno scomparendo:
-          I figli non servono più a garantirsi una migliore vecchiaia, dato che si sono sviluppati i sistemi pensionistici;
-   Non servono più come collaboratori dell’azienda di famiglia, una forma di impresa che va via via scomparendo;
-          Non rappresentano più, come nel passato, un elemento di prestigio sociale
una famiglia italiana negli anni Trenta
Almeno nei Paesi industrializzati restano in piedi prevalentemente ragioni di tipo diverso, come il desiderio di affetto, di compagnia, il desidero di dare continuità alla famiglia. Certamente, però, queste motivazioni non sono state sufficienti a compensare la perdita di valore economico della riproduttività.
Inoltre nelle società moderne solo aumentati i costi legati al mantenimento dei figli: l’infanzia e l’adolescenza richiedono oggi una cura che era sconosciuta nel passato, i cui costi (alimentazione, cure mediche, vestiario, istruzione, ecc.) ricadono in gran parte sulle famiglie.
La concentrazione della popolazione negli spazi urbani ha reso più costosi gli spazi abitativi.
Crisi delle aziende familiari e i cambiamenti culturali hanno trasformato il ruolo della donna, consentendole di prolungare gli studi e cercare e trovare un lavoro al di fuori dell’azienda familiare (nel frattempo entrata in crisi). Questi fattori hanno innalzato l’età media del primo parto e ridotto il tasso di fecondità (fenomeno legato ala difficoltà di conciliare le esigenze di accudimento dei figli con quelle lavorative).

e una famiglia media (nei paesi industrializzati) oggi
Le politiche pro e antinataliste
Talvolta i governi possono ritenere problematica la situazione demografica del proprio Paese.
Questo può comportare interventi di legge, talvolta di dubbia efficacia, con l’obiettivo di correggere le tendenze migratorie e la natalità.

Esistono nel mondo situazioni demografiche molto diverse: si va dai casi in cui la natalità è troppo elevata (quasi tutti i Paesi in via di sviluppo) ai casi opposti con natalità troppo bassa e popolazione che invecchia rapidamente e si avvia alla decrescita (quasi tutti i Paesi industrializzati).

In realtà non c’è accordo sulle conseguenze di una particolare situazione demografica:
-          ci sono teorie, dette neomalthusiane, che, riprendendo le idee dell’economista inglese, sostengono che un’eccessiva crescita della popolazione comporti il rischio di esaurimento delle risorse non rinnovabili e seri problemi di assorbimento da parte del pianeta dell’inquinamento prodotto dalle attività umane.
-          Altre teorie sottolineano invece i vantaggi di una crescita demografica: i costi per i beni pubblici possono essere suddivisi tra un numero maggiore di contribuenti, la popolazione si mantiene giovane, il che stimola le innovazioni tecnologiche e garantisce il mantenimento degli anziani tramite un sistema pensionistico solido.

Si è incominciato a parlare di interventi per ridurre la natalità a partire dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Di rischi di sovrappopolamento per il pianeta (o almeno per alcune parti di esso) si è cominciato a parlare anche nell’ambito dell’ONU a partire dagli anni ’70.
Alcuni Paesi in via di sviluppo decisero di avviare dei programmi di contenimento delle nascite, spesso molto discutibili, se non addirittura feroci.

 In India il primo programma di questo genere risale al 1952. Visti gli scarsi risultati nel venne lanciata una campagna di sterilizzazione di massa. Il governo mise in atto delle misure che favorivano la vasectomia (sterilizzazione maschile). Nel giro di due anni più di otto milioni di indiani furono sterilizzati spesso a loro insaputa, a volte in cambio di compensi. Questa politica ha colpito soprattutto i più poveri e ha lasciato un segno tra la gente rendendo impopolare la pianificazione familiare in un Paese dove molti continuano a vedere i figli come un investimento per la vecchiaia. Gli indiani hanno tradizionalmente famiglie numerose in parte per compensare gli effetti dell' alta mortalità infantile. E in parte a causa della ricerca del figlio maschio, preferito. Per contrastare la tradizione c' è chi azzarda la linea dura: il ministro della Sanità dello Stato del Karnataka nella giornata mondiale della popolazione ha proposto di mettere in prigione le coppie con più di due figli.    

Anche il governo cinese dalla fine degli anni ’60, preoccupato dalla crescita inarrestabile della popolazione, cominciò a mettere in atto dei piani di pianificazione delle nascite. Nel 1979 venne introdotta la politica del figlio unico : non si era autorizzati ad avere più di un figlio ed erano previsti l’aborto o la sterilizzazione dopo la prima nascita.
manifesto di propaganda cinese a favore della politica del figlio unico
La politica del figlio unico i Cina ha avuto due gravi effetti: Il primo è un rapido – troppo rapido – invecchiamento della popolazione. O meglio di un rapporto tra anziani e giovani troppo sbilanciato. Qualcuno teme che la Cina potrebbe incrociare molto presto quella “crisi delle pensioni” che conosciamo in Europa: non ci avranno abbastanza persone al lavoro per pagare le pensioni agli ex lavoratori.
Inoltre l’aumento rapido dell’età media – sostengono alcuni – potrebbe rallentare la crescita economica della Cina fino a bloccarla.
L’altro aspetto negativo è che la politica del figlio unico, appena attenuata dalla politica cosiddetto «del figlio 1,5» (ovvero dalla possibilità concessa ad alcune coppie in aree rurali di avere un secondo figlio, se il primo era femmina), ha portato a un disequilibrio tra maschi e femmine. Oggi nascono 119 maschi ogni 100 femmine. La politica del figlio unico (insieme alla tecnologia ecografia) infatti ha generato il ricorso all’aborto selettivo a danno delle femmine. A causa di questa selezione, si calcola che nel 2030 vi saranno 30 milioni di maschi in età da matrimonio che non potranno trovare una compagna. Non in Cina, almeno.  (http://www.unita.it/scienza/politica/cina-pro-e-contro-della-politica-del-figlio-unico-1.245981)

Se oggi nei Paesi in via di sviluppo (che racchiudono cica i ¾ della popolazione mondiale) il problema principale è quindi quello di abbassare rapidamente la natalità; nel resto del mondo, in particolare nel gruppo dei Paesi sviluppati che comprende anche l’Italia, il problema è quello di una natalità troppo bassa, che si vorrebbe in qualche modo stimolare.


Ma in che modo è possibile farlo, e con ce efficacia? Sin ritiene oggi che l’obiettivo debba essere perseguito con incentivi di tipo economico (riduzione delle tasse per le famiglie numerose, fornitura gratuita di un certo numero di servizi…) e rendendo il ruolo dei genitori più compatibile con le richieste del mondo del lavoro (orari più flessibili, maggior numero di asili nido…). Tuttavia questo tipo di interventi ha dei costi elevati e la loro realizzazione si scontra con il cattivo stato delle economie di in tempo di crisi.


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