domenica 19 febbraio 2012

DEMOGRAFIA 3


La teoria della transizione demografica descrive un fenomeno (la riduzione della natalità che consegue alla riduzione della mortalità), ma non ne spiega le cause.
Trai primi a porsi il problema delle cause e delle conseguenze della crescita della popolazione vi fu l’economista inglese, vissuto a cavallo tra il XVIII e il XIX sec., Thomas Robert Malthus.

Teoria di Malthus
La fama di questo studioso è legata a un libro pubblicato nel 1798: Saggio sul principio della popolazione e sui suoi effetti sul futuro miglioramento della società.
Nel suo libro Malthus vuole dimostrare i pericoli legati a un’eccessiva crescita demografica. Sostiene che la miseria è l’effetto irrimediabile dello squilibrio tra popolazione e risorse.

Thomas R. Malthus
L’economista inglese affermava che la popolazione, a causa dell’istinto naturale alla riproduzione, aumenta molto più rapidamente rispetto alla disponibilità delle risorse (la terra è un bene limitato e le innovazioni tecnologiche si sviluppano con lentezza) condannandosi di conseguenza alla crisi alimentare.
Talvolta l’equilibrio viene ristabilito da eventi catastrofici come guerre, epidemie e carestie.
Secondo Malthus per mantenere uno sviluppo parallelo tra la crescita della popolazione e quella delle risorse sarebbe stato necessario sviluppare dei “freni morali”: ritardare l’età del matrimonio e scoraggiare fortemente le nascite illegittime. Era a suo avviso necessario, per di più, abolire qualsiasi forma di assistenza ai poveri, in modo tale da scoraggiare la prolificità nelle classi sociali meno abbienti.
Anche se in buona parte smentite, le teorie malthusiane hanno avuto il merito di mettere in luce, con molto anticipo un problema oggi molto attuale: quello dell’equilibrio fra popolazione e risorse disponibili e della conseguente necessità di adottare un sistema di sviluppo sostenibile per il pianeta.

Oggi altre teorie cercano di spiegare le dinamiche demografiche mettendo  l’accento sulle motivazioni che spingono le coppie a mettere al mondo un numero più o meno elevato di figli. Per esempio la nuova teoria economica della famiglia sostiene che i principali motivi economici per cui si mettevano al mondo i figli nelle società contemporanee vanno scomparendo:
-          I figli non servono più a garantirsi una migliore vecchiaia, dato che si sono sviluppati i sistemi pensionistici;
-   Non servono più come collaboratori dell’azienda di famiglia, una forma di impresa che va via via scomparendo;
-          Non rappresentano più, come nel passato, un elemento di prestigio sociale
una famiglia italiana negli anni Trenta
Almeno nei Paesi industrializzati restano in piedi prevalentemente ragioni di tipo diverso, come il desiderio di affetto, di compagnia, il desidero di dare continuità alla famiglia. Certamente, però, queste motivazioni non sono state sufficienti a compensare la perdita di valore economico della riproduttività.
Inoltre nelle società moderne solo aumentati i costi legati al mantenimento dei figli: l’infanzia e l’adolescenza richiedono oggi una cura che era sconosciuta nel passato, i cui costi (alimentazione, cure mediche, vestiario, istruzione, ecc.) ricadono in gran parte sulle famiglie.
La concentrazione della popolazione negli spazi urbani ha reso più costosi gli spazi abitativi.
Crisi delle aziende familiari e i cambiamenti culturali hanno trasformato il ruolo della donna, consentendole di prolungare gli studi e cercare e trovare un lavoro al di fuori dell’azienda familiare (nel frattempo entrata in crisi). Questi fattori hanno innalzato l’età media del primo parto e ridotto il tasso di fecondità (fenomeno legato ala difficoltà di conciliare le esigenze di accudimento dei figli con quelle lavorative).

e una famiglia media (nei paesi industrializzati) oggi
Le politiche pro e antinataliste
Talvolta i governi possono ritenere problematica la situazione demografica del proprio Paese.
Questo può comportare interventi di legge, talvolta di dubbia efficacia, con l’obiettivo di correggere le tendenze migratorie e la natalità.

Esistono nel mondo situazioni demografiche molto diverse: si va dai casi in cui la natalità è troppo elevata (quasi tutti i Paesi in via di sviluppo) ai casi opposti con natalità troppo bassa e popolazione che invecchia rapidamente e si avvia alla decrescita (quasi tutti i Paesi industrializzati).

In realtà non c’è accordo sulle conseguenze di una particolare situazione demografica:
-          ci sono teorie, dette neomalthusiane, che, riprendendo le idee dell’economista inglese, sostengono che un’eccessiva crescita della popolazione comporti il rischio di esaurimento delle risorse non rinnovabili e seri problemi di assorbimento da parte del pianeta dell’inquinamento prodotto dalle attività umane.
-          Altre teorie sottolineano invece i vantaggi di una crescita demografica: i costi per i beni pubblici possono essere suddivisi tra un numero maggiore di contribuenti, la popolazione si mantiene giovane, il che stimola le innovazioni tecnologiche e garantisce il mantenimento degli anziani tramite un sistema pensionistico solido.

Si è incominciato a parlare di interventi per ridurre la natalità a partire dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Di rischi di sovrappopolamento per il pianeta (o almeno per alcune parti di esso) si è cominciato a parlare anche nell’ambito dell’ONU a partire dagli anni ’70.
Alcuni Paesi in via di sviluppo decisero di avviare dei programmi di contenimento delle nascite, spesso molto discutibili, se non addirittura feroci.

 In India il primo programma di questo genere risale al 1952. Visti gli scarsi risultati nel venne lanciata una campagna di sterilizzazione di massa. Il governo mise in atto delle misure che favorivano la vasectomia (sterilizzazione maschile). Nel giro di due anni più di otto milioni di indiani furono sterilizzati spesso a loro insaputa, a volte in cambio di compensi. Questa politica ha colpito soprattutto i più poveri e ha lasciato un segno tra la gente rendendo impopolare la pianificazione familiare in un Paese dove molti continuano a vedere i figli come un investimento per la vecchiaia. Gli indiani hanno tradizionalmente famiglie numerose in parte per compensare gli effetti dell' alta mortalità infantile. E in parte a causa della ricerca del figlio maschio, preferito. Per contrastare la tradizione c' è chi azzarda la linea dura: il ministro della Sanità dello Stato del Karnataka nella giornata mondiale della popolazione ha proposto di mettere in prigione le coppie con più di due figli.    

Anche il governo cinese dalla fine degli anni ’60, preoccupato dalla crescita inarrestabile della popolazione, cominciò a mettere in atto dei piani di pianificazione delle nascite. Nel 1979 venne introdotta la politica del figlio unico : non si era autorizzati ad avere più di un figlio ed erano previsti l’aborto o la sterilizzazione dopo la prima nascita.
manifesto di propaganda cinese a favore della politica del figlio unico
La politica del figlio unico i Cina ha avuto due gravi effetti: Il primo è un rapido – troppo rapido – invecchiamento della popolazione. O meglio di un rapporto tra anziani e giovani troppo sbilanciato. Qualcuno teme che la Cina potrebbe incrociare molto presto quella “crisi delle pensioni” che conosciamo in Europa: non ci avranno abbastanza persone al lavoro per pagare le pensioni agli ex lavoratori.
Inoltre l’aumento rapido dell’età media – sostengono alcuni – potrebbe rallentare la crescita economica della Cina fino a bloccarla.
L’altro aspetto negativo è che la politica del figlio unico, appena attenuata dalla politica cosiddetto «del figlio 1,5» (ovvero dalla possibilità concessa ad alcune coppie in aree rurali di avere un secondo figlio, se il primo era femmina), ha portato a un disequilibrio tra maschi e femmine. Oggi nascono 119 maschi ogni 100 femmine. La politica del figlio unico (insieme alla tecnologia ecografia) infatti ha generato il ricorso all’aborto selettivo a danno delle femmine. A causa di questa selezione, si calcola che nel 2030 vi saranno 30 milioni di maschi in età da matrimonio che non potranno trovare una compagna. Non in Cina, almeno.  (http://www.unita.it/scienza/politica/cina-pro-e-contro-della-politica-del-figlio-unico-1.245981)

Se oggi nei Paesi in via di sviluppo (che racchiudono cica i ¾ della popolazione mondiale) il problema principale è quindi quello di abbassare rapidamente la natalità; nel resto del mondo, in particolare nel gruppo dei Paesi sviluppati che comprende anche l’Italia, il problema è quello di una natalità troppo bassa, che si vorrebbe in qualche modo stimolare.


Ma in che modo è possibile farlo, e con ce efficacia? Sin ritiene oggi che l’obiettivo debba essere perseguito con incentivi di tipo economico (riduzione delle tasse per le famiglie numerose, fornitura gratuita di un certo numero di servizi…) e rendendo il ruolo dei genitori più compatibile con le richieste del mondo del lavoro (orari più flessibili, maggior numero di asili nido…). Tuttavia questo tipo di interventi ha dei costi elevati e la loro realizzazione si scontra con il cattivo stato delle economie di in tempo di crisi.


STORIA: L'EDUCAZIONE A SPARTA E ATENE - approfondimento degli alunni di 1°G


EDUCAZIONE A SPARTA: AGOGHE’
L’ agoghé era un rigoroso regime di educazione e allenamento cui era sottoposto ogni cittadino spartano. Comprendeva la separazione dalla famiglia, la coltivazione della lealtà di gruppo, allenamento militarecacciadanza e preparazione per la società.
Il termine "agoghé"  , tradotto alla lettera come 'condotta/conduzione', è una parola applicata più tradizionalmente all'allevamento del bestiame. Il supervisore durante tutto il periodo di allenamento era un paidonomos: letteralmente, un "mandriano di ragazzi". Secondo la tradizione questo tipo di educazione sarebbe stato introdotto dal semi-mitico legislatore spartano Licurgo.
Licurgo
L'obiettivo del sistema era di produrre maschi fisicamente e moralmente robusti perché potessero servire nell'esercito spartano. Questi uomini sarebbero stati le "mura di Sparta", poiché Sparta era l'unica città greca senza mura difensive – sarebbero state abbattute per ordine di Licurgo. La disciplina era rigorosa e i ragazzi venivano incoraggiati a combattere tra di loro per determinare chi fosse il più forte nel gruppo.
Struttura 
La severissima legge s’interessa al fanciullo prima ancora che nasca: c’è subito tutta una politica di eugenia.
Alla nascita il neonato è presentato nella lesché, la commissione di anziani che valuta il futuro cittadino: non viene accettato se non bello, ben formato e robusto; i gracili e i deformi vengono condannati ad essere gettati in anfratti rocciosi e scoscesi.
Quando un ragazzo terminava il suo settimo anno (il giorno del suo settimo compleanno) veniva posto sotto l'autorità del paidonomos, incaricato di supervisionare la sua educazione.

I ragazzi seguivano un ciclo dell’agoghè che li divideva in tre categorie: dai 7 agli 11 anni, dai 12 ai 15 e dai 16 ai 20.
Da quando i ragazzi venivano allontananti dalla famiglia vivevano in gruppi (mandrie) sotto un ragazzo capo più grande. Erano incoraggiati a donare la loro lealtà al gruppo più che alle famiglie; anche quando erano sposati non potevano pranzare con le mogli almeno fino a 25 anni. Tuttavia i ragazzi non erano ben nutriti e ci si aspettava che rubassero del cibo. Se colti nell'atto, venivano severamente puniti (non per il furto, ma piuttosto per essersi lasciati sorprendere). A tutti gli spartiati maschi, con l'eccezione delle due dinastie reali (Agiadi ed Euripontidi), era richiesto di sottoporsi all'agoghé.
Ai maschi che non superavano con successo l'agoghé veniva negata la cittadinanza spartana. Alla fine la severità del processo di selezione si rivelò controproducente, poiché il numero dei cittadini declinò fino a divenire di solo qualche centinaio nel III secolo a.C.
L’educazione statale è dunque collettiva, strappando il fanciullo alla famiglia per farlo vivere in una comunità di giovani. Ogni sforzo è concentrato alla preparazione militare: ciò significa che l’educazione fisica occupa il primo posto e ad essa si aggiunge un tirocinio diretto al mestiere militare.
Questo indottrinamento e crescita da soldato dava uguale importanza tanto alla preparazione morale che a quella tecnica. Tutto viene sacrificato alla salvezza e all’interesse della comunità nazionale, implicando patriottismo e sacrificio verso lo Stato.
La virtù fondamentale e quasi unica del cittadino spartano è l’obbedienza; il fanciullo deve obbedienza alle gerarchie che stanno sopra di lui.
Devozione e obbedienza generano un clima di austerità.
L’educatore spartano cerca di sviluppare nel fanciullo la resistenza al dolore; la sua virilità e la sua combattività sono create abituandolo ai colpi.

EDUCAZIONE DELLE RAGAZZE
Le ragazze ricevevano una formazione non meno regolamentata. La donna deve possedere bellezza senza sconfinare nell’eccessiva grazia. Lo scopo era simile a quello dell’agoghè in quanto mirava a rendere le donne spartane le più attraenti fisicamente dell’intera Grecia. La sua rigida educazione adolescenziale è basata su musica, ginnastica, danza, canto e sport. Essa dovrà diventare essenzialmente una madre di figli vigorosi.


EDUCAZIONE AD ATENE: PAIDEIA

La paideia era il modello educativo in vigore nell’Atene classica e prevedeva che l’istruzione dei giovani si articolasse secondo due rami paralleli: la paideia fisica, comprendente la cura del corpo e il suo rafforzamento, e la paideia psichica, volta a garantire una socializzazione armonica dell’individuo nella polis.
L’elemento fisico dell’educazione dei giovani ateniesi si basava in una prima fase su un rigoroso addestramento ginnico, in base all’idea che un corpo sano favorisce un pensiero sano e viceversa; successivamente si aggiungeva quello bellico, essendo la guerra una fra le attività considerate più nobili e virili dell’uomo greco; per arrivare infine al completamento dell’istruzione rappresentato dalla formazione politica, vero centro della cittadinanza ateniese, e apice verso il quale era indirizzato l’intero processo educativo.
Atene preparava i suoi futuri cittadini in modo ben diverso da quello seguito a Sparta. Quando nasceva un figlio, il padre lo presentava alla sua fratria, l’associazione religiosa cui apparteneva per nascita, e lo faceva iscrivere nel registro, l’unico documento che poteva attestare che quello era un figlio legittimo.

Anni dopo, subito prima di entrare nell’età adulta, il ragazzo era di nuovo presentato ai membri della fratria paterna nel corso di una solenne cerimonia. In essa il ragazzo consacrava alla dea Artemide i suoi capelli e sacrificava una vittima, offrendo le carni ai suoi soci o frateri. Iniziava così la propria vita di adulto. Poteva allora iscriversi nei registri del “demo”, entrando ufficialmente tra i cittadini. Tra i 18 e i 20 anni il giovane doveva compiere due anni di servizio militare: è il periodo detto dell’ ”efebia”. Gli efebi ricevevano, durante una solenne cerimonia in teatro, lo scudo e la lancia. Erano poi guidati nel loro addestramento da dieci magistrati detti “sofronisti”, uno per tribù; da loro imparavano le regole del combattimento oplitico, ma ricevevano anche un’educazione letteraria e musicale. I giovani vivevano ai margini della città, non potevano contrarre matrimonio. Terminati i due anni, il giovane ateniese pronunciava un solenne giuramento, in cui il ragazzo giurava di non abbandonare i compagni in combattimento, battersi per difendersi ciò che è ordinato dagli dei e dagli uomini, rendere la patria più grande e più forte  con le sue forze e con l’aiuto di tutti, obbedire a coloro che esercitano il potere con saggezza e alle leggi stabilite e non permettere di far rovesciare queste leggi. A questo punto, il giovane era pronto a esercitare le sue prerogative di cittadino e a partecipare alla vita della polis.
EDUCAZIONE DELLE RAGAZZE
Le ragazze, ad Atene, vivevano recluse perché erano tenute a saper filare e tessere.


STORIA: IL TEATRO GRECO approfondimenti degli alunni di 1°G


il teatro greco greco di Siracusa

Si pensa che il teatro greco abbia avuto origine dalle feste religiose in onore del dio Dioniso. Durante queste feste, che si svolgevano in primavera, gli abitanti di Atene formavano delle processioni, durante le quali eseguivano canti, che terminavano con un sacrificio davanti ad un altare della divinità.
La tradizione attribuisce le prime forme di teatro a Tespi verso la metà del VI secolo a.C., giunto ad Atene su un carro su cui trasportava degli attrezzi di scena, arredi, costumi e maschere. Egli ebbe grande successo in tutta la Grecia tanto che fu necessario farlo partecipare alle feste dionisiache.
Lo spettacolo teatrale veniva ritenuto un complemento essenziale nell’educazione dei cittadini. La partecipazione alla festa teatrale, infatti, era richiesta come per altre grandi occasioni della vita sociale della città, e veniva retribuita con dei compensi per il tempo lavorativo perduto.
La polis era organizzatrice degli spettacoli e al tempo stesso loro destinataria; oggetto di riflessione della rappresentazione drammatica era la comunità intera, col complesso dei suoi problemi. Il teatro era  il luogo che rappresentava le contraddizioni che laceravano la città (politiche e di classe) e le coscienze dei suoi membri (esperienze psicologiche fondamentali: la morte, la paura, la giustizia). In questo modo esso svolgeva di fronte all’intera città una fondamentale funzione educativa, celebrando i valori comuni, ma anche rendendo comprensibili i conflitti di base.
Già nei palazzi cretesi di Cnosso e Festo esistevano degli spazi destinati a rappresentazioni religiose e corali racchiusi entro gradinate rettilinee o a squadra. In Grecia, in origine, il teatro era costituito semplicemente da un declivio naturale attrezzato probabilmente con panche di legno dove prendeva posto il pubblico e da uno spazio piano (l’orchestra) dove aveva luogo la rappresentazione con alle spalle un semplice fondale mobile (la scena) di tela. La più antica struttura teatrale conosciuta è quella di Poliochni, nell’isola di Lemno, antica di circa tremila anni. Essa era di forma rettangolare allungata, dove gli attori recitavano su un palchetto di pietra. Col passare del tempo le strutture mobili e in legno acquistarono carattere più solido a partire dal V secolo. Ma soltanto nel corso del IV secolo a.C. l’edificio teatrale acquistò una rilevanza oltreché per la propria funzione, anche dal punto di vista architettonico.
L’edificio teatrale greco, all’aperto e sprovvisto di tetto, constava di tre parti: orchestra, cavea, scena; una struttura che si ripete pressoché costante in Grecia, in Asia Minore, in Sicilia.

• L’orchestra era lo spazio riservato ai movimenti del coro, dietro al quale c’è la scena che serve agli attori. Aveva forma semicircolare del diametro in media di 20 metri.
• La cavea (il cui nome originario era Theatron, luogo in cui si vede), le scalinate dove sedevano gli spettatori, erano prevalentemente a semicerchio perché più razionali per guardare, per accogliere i suoni.
• La scena, in origine costruzione provvisoria, si trasformò successivamente in una costruzione in legno ed in seguito in pietra.
Non esistono in nessun teatro tracce di servizi igienici.

L’acustica ebbe un peso dominante nello sviluppo del teatro greco, per aumentare la sonorità dell’ambiente. La larghezza limitatissima del palcoscenico si può spiegare con la necessità che gli attori non si allontanassero mai troppo, durante lo spettacolo, dal fondo della scena, rischiando di perdere così l’effetto di rinforzo della voce.
I generi che solitamente venivano rappresentati erano la tragedia, il dramma satiresco e la commedia.
La tragedia (da tragos cioè capro, l’animale che simboleggia Dioniso) pare tragga la propria origine dai cori fatti in onore di Dioniso, che da spontanei assunsero via via forma di cantici da cerimonia, cantati sotto la direzione di un capo.
Del dramma satiresco non si conosce l’origine, alcuni storici pensano che si tratti della prima forma di dramma da cui deriveranno poi la tragedia e la commedia. Si sa per certo che Pratina inventò il dramma satiresco nel VI secolo a.C. Il nome deriva dal coro dei Satiri che accompagnava Dioniso, e si esprimeva con un linguaggio osceno e con danze frenetiche.

Durante le Dionisie cittadine si faceva un concorso tra varie tribù dell’Attica per stabilire quale fosse il miglior cantico ditirambico (canto corale in onore del dio Dionisio) e un concorso tra poeti Greci con in palio tre premi da assegnare: al miglior corega, al miglior poeta e al miglior attore. Oltre alla tragedia, più tardi verso il 501 a.C., si introduce nelle gare il dramma satiresco e solo nel V secolo a.C. la commedia.
Gli Autori Greci di tragedie del VI sec. a.C. sono: Tespi, Cherilo, Pratina e Frinico. Di essi non conosciamo alcun dramma.
Gli autori Greci di tragedie del V sec. a.C. sono: Eschilo, Sofocle ed Euripide.
Eschilo (525-456 a.C.) è autore delle tragedie: Le supplici, Prometeo Incatenato, I persiani, I sette contro Tebe, la trilogia dell'Orestea (Agamennone, Coefore, Eumenidi). Egli nei suoi drammi affronta soprattutto i problemi della giustizia e dell’impotenza dell’uomo di fronte al destino.
Sofocle (496-406 a.C.) è autore delle tragedie: Aiace, Antigone, Edipo re, Elettra, Le Trachinie, Filottete, Edipo a Colono. La volontà dell’uomo è al centro dei suoi drammi.
Euripide (480-406 a.C.) è autore di alcune tragedie fra cui Ecuba, Elena, Elettra, Eracle, Ippolito, Le Baccanti, Le Fenicie, Le Supplici, Le Troiane, Oreste. Nei suoi drammi prevale la critica verso il senso di giustizia degli dei, e servendosi dei miti Euripide afferma che l’uomo nella vita non fa altro che soccombere al caso.
La tragedia di Eschilo, Sofocle, Euripide e degli altri tragici minori dell’età classica consiste essenzialmente in una serie di episodi recitati, alternati con cori (in versi lirici). Vi sono poi parti miste: dialogo lirico tra attori e coro, monologo dell’attore, dialogo lirico tra attori.
La serie degli episodi e dei cori che costituiscono l’azione tragica è preceduta di solito da un prologo recitato e che serviva ad informare il pubblico degli antefatti dell’azione drammatica. Successivamente al prologo vi era un canto d’ingresso eseguito dal coro. In seguito vi erano gli episodi, in genere tre o quattro, costituiti o da monologhi o da dialoghi.
allestimento contemporaneo di una tragedia di Sofocle
Non era un mestiere semplice quello degli attori: non essendoci l’abitudine di utilizzarne più di tre per spettacolo dovevano sostenere le parti maschili e quelle femminili, e si cimentavano, nel corso della recita, in doppie e triple parti. Il protagonista aveva il ruolo di preminenza e gli altri attori pur importanti, dovevano sottostargli. L’attore tragico antico, nell’immaginario moderno, era una figura imponente, dalla fronte allungata, con occhi fissi, bocca aperta. Doveva possedere una voce tonante, ottima dizione, saper cantare. La voce era molto importante per gli attori Greci, la bravura stava proprio nel modularla con diverse tonalità per interpretare in modo credibile i diversi ruoli. Inoltre poiché portavano la maschera che dava fissità espressiva al loro volto, dovevano muoversi con eccezionale capacità mimica col resto del corpo.
L’assenza di donne attrici non può stupire: ad Atene la donna per tutto il quinto secolo visse in condizioni di semi-clausura: lavorava in casa, usciva solo in occasioni solenni (matrimoni e funerali) e, pare, per assistere alle rappresentazioni teatrali.
Sui testi gli attori si permettevano aggiustamenti e miglioramenti.
Quando il coro interveniva col canto e la danza, gli attori avevano il tempo di andarsi a cambiare per un nuovo travestimento. Infatti, accanto alle voci soliste, esiste nel teatro attico fino alla fine del V secolo una voce collettiva: il coro (15 persone per la tragedia, 24 per la commedia). Lavorare nei cori pare facesse bene alla salute, l’esercizio fisico a cui erano sottoposti li rendeva abili a combattere. All’allenamento, comunque, i coreuti trovavano gradevole compenso nei pranzetti ad essi riservati. Nella tragedia il coro prendeva posto nell’orchestra disponendosi in cinque file, l’ingresso avveniva con una certa compostezza a passo cadenzato. Nel corso della tragedia nei momenti più dolorosi il coro intonava una melodia triste facendo eco al parlato gemente di un personaggio. Quando il coro tragico non era attivo forse si disponeva ai limiti dell’orchestra rimanendo immobile sul fondo; in alcuni casi il coro si allontanava con un personaggio dalla scena, e dopo rientrava.
Attori e coro portavano una maschera che copriva di solito volto e testa. Forse essa assolveva anche un compito pratico di amplificazione, con una specie di piccolo imbutino posto davanti alla bocca, ma l’effetto megafono non è così certo.
Riguardo le maschere abbiamo notizie da Polluce (II sec. d.C.). Da lui si evince che le maschere usate dagli attori Greci erano molte, fatte di stoffa gessata, corredate da parrucche.
mosaico rappresentante maschere teatrali
Gli attori avevano la faccia dipinta in bianco quando interpretavano le figure femminili e più scura quando interpretavano invece quelli maschili; i capelli erano biondi per un giovanetto, bianchi per un vecchio, mentre erano neri per un uomo maturo. Il pubblico, spesso, riconosceva il personaggio dalla maschera che egli indossava, cosicché, all’attore bastava un solo cambiamento di maschera e quello di un mantello, per cambiare personaggio.
Gli attori tragici indossavano il chitone, una veste che scendeva fino alle caviglie, con maniche lunghe adottate da Eschilo per impedire che una bella fanciulla rivelasse braccia da lottatore, dato che gli attori erano uomini. Altro capo essenziale è il mantello ampio e avvolto intorno al corpo.
Per la donna un capo di abbigliamento era costituito anche dal peplo, un abito lungo fino ai piedi, di lana. Naturalmente il re portava una corona, i vecchi si appoggiavano a un bastone e così via altri accessori per caratterizzare i personaggi.
La calzatura abituale della tragedia fu il coturno, un calzare a mezza gamba, basso e largo. Più tardi fu fornito di suole alte, e gli attori accrebbero così la propria statuarietà a scapito della scioltezza dei movimento. In testa l’attore aveva un diadema o una ghirlanda o un berretto frigio (se troiano). Le donne, se sprovviste di velo tenevano i capelli raccolti. Contribuivano a ergere l’attore anche gli onkos, delle parrucche molto alte.
Il coro, non si distaccava dal vestire dell’uso quotidiano, cittadino o contadino.

scena di commedia greca da una pittura vascolare
Il più scatenato e cattivo dei nostri loggioni, si potrebbe definire tranquillo al confronto delle platee ateniesi del V e del IV secolo. Lasciando stare le clamorose contestazioni contro un attore, la gente esprimeva la sua antipatia anche contro chi entrava a teatro e non era gradito. In segno di disapprovazione si masticavano rumorosamente i cibi, si tiravano proiettili di ogni genere, fichi, olive, verdure (non pomodori: i greci lo avrebbero anche fatto, ma non li avevano), sassi. Ci si alzava in piedi a protestare, a chiedere spiegazioni.
Come sempre succede, a teatro c’era lo spettacolo nello spettacolo: il maleducato applaudiva quando gli altri fischiavano, e ruttava per far voltare la gente dalla sua parte.
Anche gli schiavi avevano diritto di accedere a teatro. La rappresentazione teatrale poteva durare dall’alba al pomeriggio, dunque lo spettatore greco mangiava e beveva a teatro, senza mai allontanarsi.
Il teatro Ateniese era alimentato, finanziariamente, da sovvenzioni statali e private. Per pagare l’ingresso ai cittadini il denaro veniva attinto da un fondo speciale, nel quale affluivano le eccedenze della varie casse.
Ai cittadini più ricchi toccava il compito di trovare e pagare i componenti del coro, i costumi, e il ricevimento.
Anche in Atene, il biglietto non lo presentavano i furbi e le autorità: i primi tentavano di entrare a spettacolo già iniziato, alle altre erano riservati i posti migliori. Erano molti a rivendicare il diritto alla bella sistemazione, minacciando ritorsioni se non venivano accontentati.
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domenica 5 febbraio 2012

DEMOGRAFIA 2


 PICCOLO GLOSSARIO. Le parole della demografia

tasso di natalità: è l’indice con cui si misura il numero di nati in un dato periodo di tempo (in genere 1 anno) in rapporto alla popolazione  di una determinata area geografica (si misura in nati ogni 1000 abitanti).
Es.: in Italia nel 2001 con 530.000 nati su 56.300.000 abitanti il tasso di natalità è stato del 9,4



tasso di mortalità: analogamente al tasso di natalità, misura il numero di decessi che si verificano ogni anno su 1000 abitanti in una data area geografica.
Es.: in Italia nel 2001 con 532.000 morti su 56.300.000 abitanti il tasso di mortalità è stato identico al tasso di natalità.

tasso di incremento naturale: La differenza tra i nati e i morti in un dato periodo di tempo (in genere un anno) in  una precisa area geografica esprime il  saldo naturale. Il rapporto tra questo valore e il numero di abitanti, espresso in millesimi, è uguale alla differenza tra il tasso di natalità e quello di mortalità (N-M) e si definisce tasso di incremento naturale.
Nel caso dell’Italia vediamo che nel 2001 i due tassi erano praticamente uguali. Si parla in questo caso di crescita zero.

Ma l’incremento o il decremento della popolazione in una data area geografica non sono semplicemente il risultato della differenza tra i nati e i morti, ma dipendono anche dai movimenti migratori che interessano l’area analizzata.
Si dice saldo migratorio la differenza tra il numero di immigrati e il numero di emigrati in un dato periodo di tempo.

In conclusione, per calcolare l’ammontare della popolazione, evidenziandone la crescita o la decrescita nel corso di un determinato periodo, si utilizza una formula chiamata  EQUAZIONE DELLA POPOLAZIONE:

P finale = P iniziale + SN + SM

Facendo l’esempio che il periodo preso in considerazione è quello che va dal 01.01.2011 al 31.12.2011, per P finale si intende la popolazione al 31.12.2011, per P iniziale la popolazione al 01.01.2011: la popolazione del Paese X al 31.12.2011 era uguale alla somma tra la popolazione al 01.01.2011 + il saldo naturale (differenza tra vivi e morti) e il saldo migratorio (differenza tra immigrati e emigrati)

Tasso di fecondità totale (TFT): esprime il numero medio di figli per donna in età feconda (15-49 anni). Per assicurare il completo rinnovo di una generazione con quella successiva è necessario che un Paese abbia un TFT di almeno 2,1. In Italia nel 2010 il TFT è stato 1,41, ben inferiore, quindi alla quota di ricambio.

Struttura della popolazione
Un aspetto importante nell’analisi della popolazione di una data area geografica è quello che riguarda la sua struttura.
L’analisi della struttura della popolazione è quella che ci permette di cogliere alcune caratteristiche specifiche degli abitanti dell’area in analisi.

Di particolare interesse è la conoscenza della struttura per età che mostra la distribuzione dei maschi e delle femmine nelle diverse fasce di età.
L’analisi della struttura dell’età, infatti, permette di elaborare ragionevoli previsioni, ad esempio, sui nuovi iscritti a scuola o sui prossimi pensionamenti.
La struttura della popolazione per sesso e per età si può presentare sotto forma  di un istogramma a canne orizzontali chiamato piramide delle età.
Si tratta di grafici costruiti usando in sistema di assi cartesiani:

- Sull’asse Y si pongono le fasce di età di 10 anni in 10 anni oppure di 5 in 5.
- Sull’asse X si pone la percentuale di appartenenti a ciascuna fascia di età rispetto alla popolazione totale., divisi per sesso (i maschi a sinistra, le femmine a destra). Alla base si trovano la fasce di popolazione più giovani, al vertice quelle più anziane.

Le piramidi dell'età di Afghanistan (forte incremento della popolazione), USA (situazione statica) e Italia (decrescita)

La forma della piramide ci racconta la storia demografica recente dell’area geografica che stiamo analizzando e delle sue tendenze:
-Una piramide con la base larga e il vertice stretto ci parla di una popolazione in rapida crescita (molti bambini rispetto agli anziani)
- Una piramide che tende alla forma del rettangolo descrive una crescita nulla
-Una piramide che ha la base più stretta rispetto al centro descrive una situazione di decrescita e di invecchiamento della popolazione (bambini in numero inferiore rispetto alla popolazione adulta)
-Una strozzatura può riguardare le fasce di età nate in tempo di guerra
-È ristretta in maniera anomala anche la classe dei maschi che in tempo di guerra  era in età da reclutamento (a causa dell’alto numero di morti in combattimento)

E' interessante anche confrontare piramidi dell'età riferite allo stesso Paese in epoche diverse. Nell'immagine il caso del Giappone: nel 1950 (forte crescita), nel 2005 (decrescita) e la previsione per il 2055




Speranza di vita

Per speranza di vita si intende la durata media della vita prevedibile per i bambini che nascono in un certo anno, in un determinato luogo, considerandoli esposti agli stessi rischi di mortalità che affliggono la popolazione in esame al momento della loro nascita. È un indicatore che ci dà  informazioni  sulla qualità della vita e sugli aspetti socio-sanitari di una popolazione.


La speranza di vita nel Mondo, secondo i dati del 2007 (UNICEF) è pari a 68 anni. Si passa dai 79 anni dei Paesi industrializzati, ai 67 dei Paesi in via di sviluppo, ai 55 dei Paesi meno sviluppati.  


Risalta la problematicità dell’Africa subsahariana, con una speranza di vita di soli 50 anni.
Procedendo dalla Repubblica Democratica del Congo (46 anni) verso sud si concentra un compatto blocco di Paesi la cui speranza di vita non supera mai i 50 anni, ad eccezione della Namibia che oltrepassa di pochissimo questa soglia (52). All’interno di tale blocco si trovano i casi limite dello Swaziland (40 anni), il Paese con la più bassa speranza di vita al Mondo, Angola, Lesotho, Mozambico e Zambia (tutti con 42). Si tratta di Paesi colpiti da gravissime questioni sociali, sanitarie, politico-economiche, che rendono difficili le iniziative di miglioramento, e dove l’HIV continua a essere un flagello che limita la possibilità di innalzare la speranza di vita. I problemi aumentano nelle aree rurali, poiché i servizi sanitari, l’approvvigionamento di acqua potabile e i livelli di istruzione sono ancora più problematici e i tassi di mortalità materna e infantile divengono elevatissimi. Qui, infatti, l’assenza di personale qualificato (ostetriche, infermieri, ecc.) durante il parto, l’inadeguatezza dell’alimentazione e l’alta probabilità di contrarre diarrea e altre malattie infettive rappresentano costanti fattori di rischio.     

Una maggiore speranza di vita, sintomo di un grado di sviluppo più avanzato, si osserva nella ripartizione formata da Nord Africa e Medio Oriente, che registra valori pari a 69 anni.       
In una posizione di mezzo, con 64 anni, si colloca l’Asia meridionale, dove la prevalenza dei Paesi mostra valori analoghi, ma in cui al drammatico caso dell’Afghanistan (44), spossato da povertà e arretratezza, da una guerra trentennale.

 
ospedale di Emergency in Afghanistan


      I Paesi con la più alta speranza di vita, maggiore agli 80 anni, sono per lo più concentrati in Europa nordoccidentale, dove spiccano Svizzera e Islanda (82), Francia, Italia, Spagna e Svezia (tutte con 81). Rimangono, poi, pochi casi sparsi: Australia, Canada (che distacca di tre anni gli Stati Uniti) e Israele (sempre con 81).  
          


In questi Paesi ci troviamo di fronte a problemi inversi rispetto a quelli che si riscontrano nei Paesi in via di sviluppo e in quelli meno sviluppati. Assistiamo infatti a un processo di invecchiamento della popolazione, che rende essenziale la predisposizione di una fitta rete di servizi sanitari e assistenziali rivolti agli anziani e al mantenimento della loro salute.            

Un caso a sé stante è, infine, costituito dal Giappone, che raggiunge quota 83 anni e guida da solo questa graduatoria, a testimonianza dell’elevata qualità della vita e degli importanti risultati registrati nei campi medico-sanitario ed economico-tecnologico. 

Per visualizzare il diagramma della speranza di vita nei diversi Paesi del mondo clicca qui: