giovedì 15 dicembre 2011

STORIA: L'alfabeto fenicio



I cretesi elaborarono due sistemi di scrittura: una geroglifica e una sillabica (la cosiddetta LINEARE A), in cui ad ogni segno corrispondeva una sillaba.
Gli achei-micenei elaborarono la scrittura LINEARE B ad imitazione di quella cretese. Anche questo sistema di scrittura era sillabico. Pur molto semplificata rispetto ai precedenti sistemi di scrittura, la lineare B comprendeva ben 90 segni.
Gli studiosi hanno riconosciuto nella lineare B la più antica scrittura greca, che però scomparve insieme con la civiltà achea, travolta nel XII sec. dalle incursioni dei popoli del mare.
Quando, qualche secolo dopo, i greci tornarono ad utilizzare la scrittura, della lineare B non era rimasta alcuna traccia, ed essi presero a modello la scrittura fenicia, molto più progredita.


La scrittura fenicia, comparsa per la prima volta nel X sec. nella città di Ugarit e successivamente perfezionata, conteneva una novità assolutamente rivoluzionaria: non era più sillabica, ma alfabetica, cioè ad ogni segno corrispondeva un suono, il che la rendeva molto più semplice da apprendere e utilizzare. Per l'esattezza la scrittura fenicia era composta da 22 segni, di cui solo uno vocalico (l'aleph -corrispondente al suono A). Come in molte lingue semite (comprese l'ebraica e l'araba) i suoni vocalici, infatti, non venivano scritti, ma dovevano essere dedotti dal contesto della parola.
I segni dell'alfabeto fenicio derivano generalmente da simboli legati a oggetti il cui nome inizia con quella lettera: ad esempio la lettera "A" deriva dall'immagine stilizzata della testa di un toro (aleph); la lettera "B" deriva invece dall'immagine della pianta di una casa (beth). Aleph e beth si chiameranno quelle lettere in ebraico, alfa e beta in greco. Da qui deriva il termine alfabeto.

Le lettere dell'alfabeto fenicio furono adottate con poche varianti prima dai popoli vicini, poi da quelli del Mediterraneo orientale con cui i fenici commerciavano intensamente. L'adozione di questo sistema di scrittura da parte dei Greci ne determinò la diffusione universale che dura fino ai giorni nostri.

mercoledì 7 dicembre 2011

STORIA: appunti sulla storia cretese



video-lezione: http://www.oilproject.org/lezione/arte-e-civilta-minoica-il-palazzo-di-cnosso-872.html


ARTHUR EVANS E LA SCOPERTA ARCHEOLOGICA DELLA CIVILTA' MINOICA
Fino alla fine dell'800 si sapeva poco o nulla della storia antica dell'isola di Creta. I miti greci raccontavano la storia del re Minosse, del Labirinto costruito da Dedalo, del Minotauro che vi era rinchiuso, dell'eroe ateniese Teseo che lo uccide aiutato dalla figlia del re cretese, Arianna. Anche Omero nell'Odissea accenna alle "novanta città" della bella e ricca isola. Ma si trattava solo di miti.
Le cose cominciarono a cambiare quando, nel 1900, un nobile inglese, sir Arthur Evans, cominciò a scavare   nei terreni dove, nel corso di 5 anni, riporterà alla luce il palazzo di Cnosso, una delle più grandi scoperte dell'archeologia. 

sir Arthur Evans
CRONOLOGIA
Per periodizzare la storia cretese, il criterio più semplice è quello, ideato dall'archeologo Nicolas Platon,  che tiene conto delle fasi evolutive dei palazzi di Cnosso, Festos e Mallia.


PERIODO PRE-PALAZIALE
  
IV millennio a.C. – 1.900 a.C.
Prima della costruzione dei palazzi
PERIODO PROTO-PALAZIALE

1.900 a.C. – 1.700 a.C.
Periodo dei palazzi antichi
PERIODO NEO-PALAZIALE

1.700 a.C. -1.425 a.C.
Periodo dei nuovi palazzi
PERIODO POST-PALAZIALE
1.425 a.C. – 1.100 a.C.



LA CIVILTA' DEI PALAZZI



Situata al centro del Mediterraneo orientale, poco distante da Grecia, Egitto, Anatolia e costa siro-palestinese, ricca di baie e insenature ideali per costruirvi porti, ricca di foreste e sorgenti ideali, Creta godeva di una situazione geografica e ambientale assai favorevole. I primi uomini vi giunsero, pare, attorno al 6.000 a.C. Nel III millennio gli abitanti dell'isola seppero costruire una vasta rete di rapporti commerciali tale da garantire un vero e proprio dominio sui mari (talassocrazia). Forse il mito del Minotauro, al quale la città di Atene  doveva offrire come tributo sette giovani uomini e sette giovani donne ogni anno, non è altro che il ricordo di una antica sottomissione.

E' appunto attorno al 1.900 a.C. che sorgono in diverse località dell'isola una serie di grandiosi palazzi. L'archeologia ci dice che questi palazzi furono ridotti in macerie contemporaneamente attorno al 1.700 a.C., quasi certamente per effetto di un violentissimo terremoto. Alcuni studiosi suggeriscono che questi edifici potrebbero essere stati distrutti in seguito a un'invasione militare, ma l'ipotesi appare improbabile: essi vennero ricostruiti immediatamente, più splendidi di prima e, come prima senza mura difensive (fatto improbabile se l'isola avesse davvero sperimentato delle distruzioni frutto di un'invasione nemica).

Il palazzo di Cnosso ricostruito da Evans è proprio quello ricostruito dopo le distruzioni del 1.700: si tratta di una serie di ambienti disposti attorno a un ampio cortile centrale (un secondo grande cortile si trovava nella zona occidentale), sviluppati su più livelli sfruttando in maniera suggestiva le ondulazioni del territorio con scalinate, porticati, giardini pensili, etc. Vi si trovavano un santuario, un'area destinata agli spettacoli, servizi igienici, sale da bagno.

rovine del palazzo di Cnosso
I cortili erano finalizzati ad accogliere un numero consistente di persone, forse per il periodico svolgimento di raduni, feste, cerimonie. Quello occidentale (nella foto a destra) era attraversato da un marciapiede lastricato (probabilmente un sentiero preferenziale) che porta a grandi contenitori circolari rivestiti in pietra (forse utilizzati in occasione di processioni rituali  con distribuzioni o consegna di cereali ).

Probabilmente la funzione principale del palazzo non era residenziale. Si tratta di grandi strutture derivate dall'assemblaggio di spazi riservati alle attività più varie. Certamente i palazzi erano importanti centri di vita economica: vi si custodivano le eccedenze dei raccolti agricoli, vi si svolgevano varie attività artigianali, come la produzione di beni di lusso (ceramica dipinta, gioielli...).

RELIGIONE
La religione cretese, a differenza di quella egizia e mesopotamica, non innalzava templi o santuari situati sotto forma di edifici monumentali : è una religione naturale e i suoi i luoghi di culto erano nelle grotte o presso boschi e fonti. Particolarmente venerata era una divinità femminile simile alla cosiddetta Grande Madre, dea della fertilità tipica delle società agricole del Neolitico mediterraneo.


la dea dei serpenti
Tale dea presiedeva all'attività riproduttiva di piante, animali e uomini e rappresentava la forza vitale della natura. Ad essa è collegabile la figura del toro, molto venerato a Creta (basti pensare al mito del Minotauro). E' l'animale più frequentemente sacrificato alla Grande Madre. 
Al culto del toro sono riferibili anche giochi rituali di cui si trovano diverse rappresentazioni artistiche, come la taurokathapsìa, durante la quale un sacerdote si lancia verso animale in corsa, ne afferra le corna e esegue capriola sul dorso dell’animale. La figura del toro è collegata al culto della fertilità maschile. 


taurokathapsia
In alcune località della Francia sud-occidentale e della Spagna si celebrano tutt'oggi giochi analoghi:



SCRITTURA
Per conoscere la storia cretese possiamo utilizzare quasi esclusivamente gli strumenti dell'archeologia. Questo non perchè a Creta non si utilizzasse la scrittura, ma perchè non possediamo ancora la chiave per interpretarla.
Sappiamo che sull'isola di Creta, nel periodo che stiamo analizzando sono stati usati almeno tre tipi di scrittura.
La prima scrittura, cosiddetta "geroglifica", è documentata da un celebre reperto archeologico: il disco di Festo


disco di Festo

Si tratta di un oggetto di argilla, risalente forse al XVIII sec. a.C, rinvenuto in una stanza all'interno del palazzo di Festo.Su di esso, disposti a spirale su ambedue le facce, sono impressi 241 segni. A differenza delle scritture mesopotamiche, questi segni non furono tracciati con uno stilo, ma impressi con piccoli timbri (45, come il numero di segni diversi tra loro). Gli storici hanno tentato diverse ipotesi per decifrare questa scrittura: dono certi che non si tratti di una scrittura alfabetica (45 segni sarebbero troppi), nè ideografica (allora sarebbero troppo pochi). Ritengono invece che ogni segno corrisponda a una sillaba, come accadeva in altre scritture dell'epoca.

Non si è potuto andare oltre queste ipotesi perchè è mancato l'aiuto che ha permesso di decifrare, per esempio, le scritture cuneiformi e i geroglifici egizi: un testo bilingue (o plurilingue, come la stele di Rosetta) che consentisse di utilizzare la scrittura conosciuta per decifrare interpretare quella ignota.

In parte contemporanea alla scrittura "geroglifica", ma più diffusa nella successiva fase neo-palaziale, era la cosiddetta scrittura lineare A, tutt'oggi non decifrata.

lineare A
Quando nel XV sec. a.C. Creta venne invasa da un popolo proveniente dalla Grecia, i micenei, questi modificarono la lineare A per adattarla alla loro lingua, una forma arcaica di greco. Ne nacque una scrittura sillabica detta lineare B.
Quest'ultima fu decifrata nel 1952 da Micheal Ventris, un inglese che, lavorando per i servizi segreti durante la 2° Guerra Mondiale, aveva acquisito una grande abilità nella decifrazione dei codici nemici.

lineare B

lunedì 5 dicembre 2011

STORIA: approfondimenti degli alunni 1

LA MUMMIFICAZIONE

mini documentario: http://www.youtube.com/watch?v=b4EPHXq0McI


Il culto dei morti

Gli egizi vedevano la morte come il passaggio a un'altra esistenza, possibile però solo se il defunto disponeva di una tomba e se il corpo si manteneva pressochè intatto.
I medici egizi erano espertissimi, avevano studiato il modo di conservare i cadaveri, erano, infatti riusciti a mettere a punto una tecnica raffinatissima per la conservazione degli stessi: la MUMMIFICAZIONE.

La mummificazione dei corpi e la loro conservazione unitamente a beni terreni cari al defunto risaliva alle credenze egiziani di una vita dopo la morte , nella quale il defunto lavorava, si riuniva con gli dei , mangiava (ci sono stai vari ritrovamenti di cibo nelle tombe); insomma gli egizi credevano in una vera e propria vita molto simile a quella terrena.

La mummificazione naturale

Le condizioni ambientali favorevoli alla mummificazione  sono:

-clima freddo, secco e ventilato, che ostacola la putrfazione;
-inumazione in terreni asciutti capaci di assorbire liquidi in grande quantità;
-presenza di certi tipi di muffe che disidratano il corpo.

Mummificazioni parziali  si hanno in persone decedute in luogo chiusi, riscaldati e ben ventilati.
I fattori che favoriscono i processi di mummificazione sono la denutizione, grosse emorragie, l'età avanzata.In media il processo di mummificazione dura 6 mesi- 1 anno, ci sono stati pochi casi di mummificazioni in 2-3 mesi  e eccezionali in 2-3 settimane.

La mummificazione artificiale

La civiltà certamente più nota per le sue mummie è senza dubbio quella egizia.
Da fenomeno naturale la conservazione dei corpi divenne una vera arte la cui diffusione si estese al faraone e alla sua famiglia, e via via ai nobili ed ai ricchi in generale. Gli imbalsamatori, che univano conoscenze di anatomia umana a rituali religiosi dovevano agire con rapidità, prima che il cadavere cominciasse a decomporsi.
Il completamento del processo durava circa 70 giorni.
Il primo passo consisteva nella rimozione degli organi interni, la cui presenza avrebbe potuto accelerare il processo di putrefazione. Il cervello veniva rimosso dalla scatola cranica tramite uncini metallici inseriti nelle narici, poi con un taglio sull'addome si estraevano gli organi interni tranne il cuore, ritenuto sede dell'anima.


Gli organi interni rimossi venivano posti nei vasi canopi, così chiamati da Canopo, città sul delta del Nilo, aventi le fattezze dei 4 figli di Horus.
Successivamente  anche gli organi interni venivano avvolti in bende per poi essere riposti nel corpo del defunto, ma i vasi canopi, anche se privi di utilità pratica , continuarono ad essere deposti nelle tombe.
Dopo l'esportazione degli organi, si procedeva alla disidratazione del corpo immergendolo per circa 40 giorni in natron, un sale esistente in natura. A seguito di questa lavorazione il corpo veniva immerso nelle acque del Nilo per togliere il natron residuo. Il corpo svuotato veniva poi lavato con il vino di palme che impediva lo sviluppo di batteri decompositori e riempito di mirra, cannella, essenze profumate e bende impregnate di natron, pezzi di lino e segatura. Il corpo poi veniva ricoperto con lo stesso sale e infine unto con appositi oli balsamici.
Al termine di questa fase il corpo appariva completamente disidratato anche se ancora riconoscibile. L'incisione addominale veniva poi coperta con una placca metallica detta l'occhio di Horus.
Al termine di queste operazioni il corpo veniva strettamente avvolto in bende impregnate di resina, sulle quali poi venivano riportate delle formule magiche, e tra i vari strati del bendaggio venivano inseriti vari amuleti legati alla vita.


Alla mummificazione seguiva il funerale vero e proprio con la sistemazione del corpo nella tomba. Le cerimonie e le tombe variavano a seconda dello stato sociale del defunto , da delle semplici sepolture nel deserto a tombe riccamente dipinte e dotate di preziosi corredi funebri. Un famoso esempio di tutto ciò è stato ritrovato nella tomba di Tutankhamon.
Da un cadavere mummificato è possibile prendere impronte digitali mediante delle tecniche che reidratano le parti molli delle dita.

Le classi di mummificazione

C'erano tre classi di mummificazione, ciascuna con una lavorazione diversa a seconda del prezzo che gli eredi del defunto volevano pagare:

-La prima classe: era la più costosa e comprendevano tutte quelle mummie che dopo essere state svuotate degli organi interni venivano immerse per 40 giorni in un bagno di natron, dopo di ciò venivano lavate, profumate e avvolte in  bende di lino, previa coloritura della pelle e delle labbra;

-La seconda classe: aveva un procedimento più semplice: si riempiva il corpo del defunto dall'orifizio anale di olio di cedro asiatico, che liquefaceva gli organi interni. Il corpo veniva svuotato di quest'olio , poi veniva avvolto nelle bende e poi si riconsegnava ai parenti.

-La terza classe: era la più economica e comune in Egitto, limitava la mummificazione all'immersione del corpo in un bagno bollente di acqua e natron, dopo essiccazione con aria ventilata, avveniva l'avvolgimento in stuoie di iuta.

Amuleti e canopi

Per salvaguardare il defunto durante il suo viaggio nell'aldilà, gli imbalsamatori infilavano diversi e minuscoli amuleti portafortuna tra le bende.
Erano svariate centinaia ed ognuno aveva un significato preciso.
Lo Scarabeo simboleggiava la risurrezione ed era posto sopra o dentro il petto.               
                                                     

La colonna Djed conferiva stabilità e fermezza e simboleggiava la spina dorsale di Osiride


 L'amuleto più potente era l'Occhio di Horus, dispensatore di salute.


L'appoggiatesta Weres indicava che il capo del morto sarebbe rimasto sollevato per sempre.


Le viscere estratte dal corpo del defunto venivano poste in vasi canopi,che avevano come coperchi le teste dei 4 figli di Horus: Daumutef, con la testa di sciacallo conteneva lo stomaco, Quebehsemut, il falco conteneva gli intestini.
Nel vaso con la testa umana, Ismet, veniva riposto il fegato, quello di Hapy, con la testa di babbuino, conteneva i polmoni


STORIA - approfondimenti degli alunni 2


LA SCRITTURA GEROGLIFICA



I geroglifici sono i segni pittorici che compongono il sistema di scrittura utilizzato dagli antichi Egizi, che combina elementi ideografici, sillabici e alfabetici.
Il termine geroglifico deriva dal latino hieroglyphicus, a sua volta derivato dal greco ερογλυφικός (hieroglyphikós) "(scritture) sacre incise" composta da  hierós, che significa "sacro", e glýphō, che significa "(io) incido”. I geroglifici egizi risalgono al 3200 a.C. Fino a pochi anni fa si riteneva che la scrittura degli egizi fosse apparsa in questo periodo, ma recenti scoperte hanno messo in luce testimonianze più antiche, facendone risalire l'uso ad almeno due secoli prima e connotandola come la forma di scrittura più remota in assoluto, antecedente a quella mesopotamica.

Andando avanti nel tempo i geroglifici si utilizzarono solo per usi religiosi, perché per le registrazioni amministrative si iniziò ad usare una forma corsiva detta ieratico. Solamente gli scribi avevano il privilegio di saper leggere e scrivere il geroglifico, perciò si iniziò a chiamare anche “scrittura divina”. La scrittura geroglifica era altamente estetica perciò iniziò ad essere usata soprattutto per i testi destinati alle tombe e ai templi dove, parole e immagini, entrambe impregnate della forza divina, erano parte integrante delle scene. I simboli di forza, prosperità e di vita erano considerati molto potenti, al pari dei nomi dei faraoni e degli dèi, più volte scritti allo scopo di salvaguardarli per l'eternità.

Come carta da scrivere veniva usato il papiro, che  è una pianta il cui nome scientifico è Cyperus papyrus, che cresce in luoghi in cui è presente acqua in abbondanza e la temperatura dell’aria è calda.  Il papiro è  composto da liste sottili sovrapposte e incrociate, che venivano ricavate dalla parte interna del fusto,  tagliata longitudinalmente.        
Le liste venivano poi bagnate, pressate e asciugate.  Quindi venivano raschiate con conchiglie levigate. Infine i fogli di papiro ultimati, di lunghezza variabile tra i 15 e i 35 cm, venivano arrotolati, probabilmente in strisce lunghe anche 8 -10 metri



Le iscrizioni egizie sono composte da due tipi fondamentali di segni: ideogrammi e fonogrammi. Il primo indica l’oggetto rappresentato o qualcosa di direttamente associabile; il secondo rappresenta i suoni, e sono usati per il lavoro fonetico.
La maggior parte delle parole era scritta con una combinazione di segni fonetici e ideografici.  Di solito le iscrizioni geroglifiche possono avere andamento sia orizzontale sia verticale e si leggono da destra a sinistra. Nelle frasi sono stati trovati nomi, verbi, preposizioni e altre parti del discorso disposte secondo rigide regole di ordine delle parole.   
Il sistema geroglifico si sviluppò all’incirca nel 3000 a.C. e si usò presso gli Egizi fino all’epoca romana; la forma e il numero di segni rimasero invariati fino al periodo greco-romano.
Nei testi religiosi si usava la scrittura ieratica, scrittura corsiva, stendendo l’inchiostro con pennelli sul papiro. Nell’uso quotidiano si adoperava la scrittura demotica, la cui stesura richiedeva accuratezza, impegnando il doppio del tempo; era usata per le iscrizioni incise sui monumenti.
  
I COLORI DEI GEROGLIFICI
Nel dipingere i geroglifici sulle pareti si usavano diversi colori. Le piante erano verdi, il sole sempre rosso, i simboli dell’acqua verdi o azzurri, gli oggetti di legno e metallo gialli e così via.
Ecco i materiali da cui si ottenevano le polveri impiegate per la pittura. Bianco: calcare o gesso. Nero: carbone di legna. Giallo: ocra gialla (ossido di ferro idratato). Rosso: ocra rossa (ossido di ferro). Blu: azzurrite (carbonato di rame) proveniente dal Sinai. Verde: malachite (altro minerale di rame) proveniente dal Sinai.
I leganti erano albume d’uovo e colla di pesce. I pennelli erano piccoli fasci di fibre vegetali ripiegate, ritorte e strettamente legate.

LA TAVOLOZZA DI NARMER
Il primo esempio di geroglifici veri e propri è la tavolozza che celebra l'unificazione tra l'Alto e il Basso Egitto avvenuta intorno al 3100 a.C. ad opera del re Narmer, identificato con Menes
(I Dinastia). Si tratta di una tavola di scisto di cm 64 x 42 con un avvallamento al centro per mescolare il bistro con cui gli Egiziani usavano contornare pesantemente gli occhi. È scolpita su ambedue le facce e proviene, insieme a molti altri oggetti con il nome di Narmer, da un tempio in mattoni crudi portato alla luce nel 1897 a Hieracompolis, capitale predi nastica dell'alto Egitto.

LA STELE DI ROSETTA
Nell’estate del 1799 uno sconosciuto soldato francese scoprì presso Rosetta (Forte Rashid) una pietra in basalto nero di m. 1,14 x 0,72, fittamente coperta di iscrizioni: nella parte superiore 14 righe in geroglifico (una parte del testo manca), nella parte centrale 32 righe in demotico e nella parte più bassa 54 righe in greco. Bouchard, ufficiale del genio del corpo di spedizione del generale Bonaparte, ne intuì subito l’importanza. La spedizione di Napoleone Bonaparte si concluse con una disfatta militare, gli inglesi si impadronirono dell'Egitto e anche della pietra di Rosetta, che fu trasportata a Londra, al British Museum, dove ancora oggi si trova. Ma erano stati eseguiti copie e gessi, che pervennero a Parigi, dove gli studiosi si affrettarono a compiere esami e confronti.
Attraverso il testo greco si stabilì che si trattava di un ringraziamento dei sacerdoti di Menfi a Tolomeo V Epifane nell'anno 196 a.C., per ringraziarlo dei doni fatti ai templi. Nel testo greco era nominata anche sua moglie Cleopatra e in quello egiziano c’erano due diversi cartigli. In quel periodo fu trovato a File un obelisco con un’iscrizione in geroglifici e greco contenente il nome Tolomeo: confrontandolo con la stele di Rosetta si capì quale era Tolomeo e per esclusione quale Cleopatra.