venerdì 21 ottobre 2011

Breve storia della cartografia - parte I

Fin dai tempi più antichi l’uomo ha sentito l’esigenza di rappresentare su un piano la disposizione dei luoghi e degli elementi morfologici del territorio.
La cartografia, fin dalle sue origini ha risposto a due differenti esigenze:
1)      La raffigurazione del mondo e dei luoghi lontani – in questo caso la carta riflette le conoscenze geografiche acquisite da una comunità, ma anche la concezione del mondo da essa elaborata (cosmologia)
2)      La rappresentazione dello spazio in cui quotidianamente si vive – in questo caso la carta ha soprattutto funzioni pratiche (aiutare gli spostamenti, registrare i confini e le proprietà…)
Per soddisfare questi scopi, altri popoli si sono serviti, e si servono tuttora, dei più svariati materiali e dei più differenti sistemi .
Le civiltà mesopotamiche ci hanno lasciato, incise su tavolette di argilla, quelle che sono forse le più antiche riproduzioni cartografiche della storia.


Le carte degli isolani delle Isole Marshall, nel Pacifico, furono uniche nella storia della cartografia. Furono costruite utilizzando fibre di palma, unite una all’altra da fili di palma di cocco, così da puntare in molte diverse direzioni. Delle conchiglie, indicanti isole, erano fissate alle intersezioni dei fili di palma. L’uso di queste carte nautiche dipendeva da una buona conoscenza dei sistemi di onde che si manifestavano nella regione delle Isole Marshall. Riconoscendo questo sistema di onde, gli antichi navigatori polinesiani erano capaci di navigare di isola in isola.




Il mezzo sul quale sono state redatte la maggior parte delle mappe primitive è la pietra o il legno. Osso e pelli sono rari. La pittura su rocce si ha in tutto il mondo. Molte di queste pitture su roccia contengono, oltre ad animali, scene di caccia e, qualche volta, anche schemi che sono stati interpretati da alcuni come diagrammi geografici.
Mappe incise su corteccia d’albero, principalmente corteccia di betulla sono molto comuni in Siberia, tra gli Esquimesi e tra gli Indiani del Nord America. Possono essere facilmente trasportabili e questo fatto contribuì alla loro diffusione.
Gli Eschimesi furono probabilmente gli unici a tentare di redigere mappe indicanti i rilievi. F.W. Beechey ebbe la prova di ciò nel 1826 tra gli Eschimesi occidentali dello Stretto di Bering. Egli diede una descrizione di come essi tracciavano sulla sabbia di Kotzebue un modello in rilievo del litorale. “Prima marcavano la linea di costa. Poi indicavano le montagne e le colline, poi le isole, rispettando le proporzioni. Una volta segnate le montagne e le isole, marcavano i villaggi con dei pezzi di bastone piantati verticalmente. Dopo un po’ di tempo diedero una completa pianta topografica della zona”.



L'attribuzione di rappresentazione geografica "più antica" è piuttosto problematica. Nel 1963 durante scavi presso la località di Catal Hyuk, nell'Anatolia centrale, venne alla luce una rappresentazione murale di circa tre metri di lunghezza, la cui datazione al radiocarbonio venne determinata al 6200 a.C. circa. Secondo l'interpretazione degli studiosi la mappa mostrerebbe in primo piano un insieme di abitazioni (circa 80) e sullo sfondo un vulcano a doppio cono con i fianchi ricoperti di massi in eruzione.

Iscrizione su muro di Catal Huyuk e sua possibile interpretazione



GRECIA
La civiltà greca rappresenta un periodo fondamentale per l’evoluzione della cartografia grazie ai viaggi e alle scoperte che allargarono i confini del mondo conosciuto e alle conoscenze matematico-astronomiche elaborate da questo popolo.
Già nel VI sec. A.C.  l’osservazione degli astri condusse a dedurre che la terra avesse una forma sferica piuttosto che piatta.
Gli antichi greci percepivano il mondo diviso in tre parti: Europa, Asia e Africa.
I mercanti e i viaggiatori greci conoscevano bene il Mediterraneo e si erano spinti fino al mar Caspio che credevano, erroneamente, far parte di un grande oceano che si supponeva circondasse il mondo
Nelle prime carte disegnate dai Greci, come quella di Anassimandro da Mileto (VI sec. A.C.)  e di Ecateo (VI-V sec. A.C.) la terra figurava come un cerchio in cui un anello di acque circondava le terre emerse, in mezzo alle quali penetrava il Mediterraneo.



Il primo tentativo di approccio scientifico alla cartografia greca si ha nel IV secolo. Dicearco di Messina (350 - 290 a.C.), filosofo greco, discepolo di Aristotele, si applicò a varie discipline. Trattando di geografia nella Descrizione della Terra, indicò per primo la necessità di una linea di riferimento su una carta che correva da ovest a est, da Gibilterra a Rodi, prolungandosi fino alla Persia, toccando i luoghi posti sulla stessa latitudine. S trattava, in pratica, di un parallelo. Non è sicuro se la sua carta contenesse anche una linea di riferimento verticale.


Eratostene nel III sec. A.C. perfezionò il sistema di costruzione introdotto da Dicearco arricchendolo con diverse rette ortogonali poste a distanze diseguali (meridiani e paralleli) che passavano per alcune località la cui posizione era nota. Tali linee servivano a fissare la posizione degli altri luoghi a seconda  delle distanze dai punti nuovi. Si tratava di un vero e proprio reticolo geografico di riferimento.



Le conquiste di Alessandro Magno permisero alla comunità scientifica greca di progredire enormemente, anche sulle conoscenze geografiche, specialmente per le regioni asiatiche, e quindi anche Eratostene potè beneficiare di esse.   
E' abbastanza curioso il fatto che Eratostene sia stato considerato con scarsa stima dai suoi contemporanei. Gli studiosi moderni invece lo ritengono il "padre della geografia scientifica". Certamente il più grande dei meriti che gli vengono ascritti è quello che gli riconosce la straordinaria precisione della sua misurazione della circonferenza terrestre.

La cartografia romana

In epoca romana il sapere geografico e cartografico era essenzialmente indirizzato alle esigenze pratiche delle attività militari, commerciali e amministrative.
A questi fini rispondevano i cosiddetti itineraria picta, vere e proprie carte stradali, di cui un esempio celebre è la Tabula peutingeriana (così chiamata dal nome dello studioso austriaco Konrad Peutinger, che per primo cominciò a studiarla).
La parte della Tabula Peutingeriana giunta sino a noi era in precedenza un rotolo di pergamena lungo m 6,74 e titleo cm 34 composto di 11 segmenta cuciti fra loro. Nel 1863 queste 11 parti furono staccate in 11 fogli singoli al fine di meglio preservare lo straordinario documento. Nella Tabula Peutingeriana è contenuta una rappresentazione che abbracciava tutto il mondo conosciuto dagli antichi romani (Europa, Asia, Africa) che si estendeva, presumibilmente, dalle Colonne d’Ercole fino alle estreme regioni orientali ben oltre il confine dell'Impero (India, Birmania, isola di Ceylon e Cina.



La necessità del cartografo di riportare l'intero disegno pluricontinentale della riproduzione geografica dell'Impero in un unico rotolo facilmente trasportabile da un qualsiasi viaggiatore, militare o addetto pubblico ha fatto sì che si assumesse come riferimento di lettura una linea ideale orizzontale sulla quale schiacciare e nel contempo allungare verso destra i punti geografici. E' importante sottolineare che questa non vuole essere una carta geografica di tipo fisica ma una carta stradale e da ciò la massima riduzione di quelle caratteristiche fisiche non interessanti ai fini stradali come ad esempio i mari, le catene montuose, le grandi foreste, le zone desertiche. E’ bene notare che non si tratta di un vero e proprio documento cartografico (basato su esatti rapporti di proporzione tra la raffigurazione e gli elementi fisici reali), ma di un itinerario stradale che predilige la segnalazione del sistema viario, scandito dalle stazioni e dai centri più importanti e trascurando gli elementi geografici (rappresentanti solo schematicamente, soprattutto quando siano in relazione col sistema viario stesso, ad es. guado di un fiume, passo di montagna, ecc.). 

Frammento della Tabula peutingeriana. Al centro è rappresentata l'Italia centro-settentrionale, chiusa tra il mar Adriatico (la striscia blu in alto) e il mar Tireno (la striscia in basso)

Il cartografo intendeva fornire al viaggiatore una vera mappa stradale che indicasse le distanze esatte tra un centro abitato e quello successivo, distanze espresse in miglia romane oppure in leghe (per la Gallia) o in parasanghe (per l'Oriente), illustrando sulla carta, in maniera precisa e determinata, il percorso viario arricchito da informazioni utili al viaggiatore stesso. Tali informazioni "turistiche" erano date dall'indicazione scritta o disegnata  della presenza lungo il tragitto di centri minori e maggiori, di centri termali oppure di vere e proprie stazioni di posta "caravan serragli" con annesse osterie.
La finalità della carta (itinerarium) è quella di rappresentare gli oltre 200.000 Km. (stimati) di rete stradale ed il suo sviluppo rappresentativo in senso longitudinale comporta una notevole deformazione delle terre illustrate che finiscono per assumere una posizione diversa da quella reale rispetto ai punti cardinali. Inoltre, i territori ritenuti più importanti occupano una superficie maggiore rispetto a quella reale. L’Italia, ad esempio, centro dell’impero si estende su ben cinque segmenta.

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