giovedì 15 dicembre 2011

STORIA: L'alfabeto fenicio



I cretesi elaborarono due sistemi di scrittura: una geroglifica e una sillabica (la cosiddetta LINEARE A), in cui ad ogni segno corrispondeva una sillaba.
Gli achei-micenei elaborarono la scrittura LINEARE B ad imitazione di quella cretese. Anche questo sistema di scrittura era sillabico. Pur molto semplificata rispetto ai precedenti sistemi di scrittura, la lineare B comprendeva ben 90 segni.
Gli studiosi hanno riconosciuto nella lineare B la più antica scrittura greca, che però scomparve insieme con la civiltà achea, travolta nel XII sec. dalle incursioni dei popoli del mare.
Quando, qualche secolo dopo, i greci tornarono ad utilizzare la scrittura, della lineare B non era rimasta alcuna traccia, ed essi presero a modello la scrittura fenicia, molto più progredita.


La scrittura fenicia, comparsa per la prima volta nel X sec. nella città di Ugarit e successivamente perfezionata, conteneva una novità assolutamente rivoluzionaria: non era più sillabica, ma alfabetica, cioè ad ogni segno corrispondeva un suono, il che la rendeva molto più semplice da apprendere e utilizzare. Per l'esattezza la scrittura fenicia era composta da 22 segni, di cui solo uno vocalico (l'aleph -corrispondente al suono A). Come in molte lingue semite (comprese l'ebraica e l'araba) i suoni vocalici, infatti, non venivano scritti, ma dovevano essere dedotti dal contesto della parola.
I segni dell'alfabeto fenicio derivano generalmente da simboli legati a oggetti il cui nome inizia con quella lettera: ad esempio la lettera "A" deriva dall'immagine stilizzata della testa di un toro (aleph); la lettera "B" deriva invece dall'immagine della pianta di una casa (beth). Aleph e beth si chiameranno quelle lettere in ebraico, alfa e beta in greco. Da qui deriva il termine alfabeto.

Le lettere dell'alfabeto fenicio furono adottate con poche varianti prima dai popoli vicini, poi da quelli del Mediterraneo orientale con cui i fenici commerciavano intensamente. L'adozione di questo sistema di scrittura da parte dei Greci ne determinò la diffusione universale che dura fino ai giorni nostri.

mercoledì 7 dicembre 2011

STORIA: appunti sulla storia cretese



video-lezione: http://www.oilproject.org/lezione/arte-e-civilta-minoica-il-palazzo-di-cnosso-872.html


ARTHUR EVANS E LA SCOPERTA ARCHEOLOGICA DELLA CIVILTA' MINOICA
Fino alla fine dell'800 si sapeva poco o nulla della storia antica dell'isola di Creta. I miti greci raccontavano la storia del re Minosse, del Labirinto costruito da Dedalo, del Minotauro che vi era rinchiuso, dell'eroe ateniese Teseo che lo uccide aiutato dalla figlia del re cretese, Arianna. Anche Omero nell'Odissea accenna alle "novanta città" della bella e ricca isola. Ma si trattava solo di miti.
Le cose cominciarono a cambiare quando, nel 1900, un nobile inglese, sir Arthur Evans, cominciò a scavare   nei terreni dove, nel corso di 5 anni, riporterà alla luce il palazzo di Cnosso, una delle più grandi scoperte dell'archeologia. 

sir Arthur Evans
CRONOLOGIA
Per periodizzare la storia cretese, il criterio più semplice è quello, ideato dall'archeologo Nicolas Platon,  che tiene conto delle fasi evolutive dei palazzi di Cnosso, Festos e Mallia.


PERIODO PRE-PALAZIALE
  
IV millennio a.C. – 1.900 a.C.
Prima della costruzione dei palazzi
PERIODO PROTO-PALAZIALE

1.900 a.C. – 1.700 a.C.
Periodo dei palazzi antichi
PERIODO NEO-PALAZIALE

1.700 a.C. -1.425 a.C.
Periodo dei nuovi palazzi
PERIODO POST-PALAZIALE
1.425 a.C. – 1.100 a.C.



LA CIVILTA' DEI PALAZZI



Situata al centro del Mediterraneo orientale, poco distante da Grecia, Egitto, Anatolia e costa siro-palestinese, ricca di baie e insenature ideali per costruirvi porti, ricca di foreste e sorgenti ideali, Creta godeva di una situazione geografica e ambientale assai favorevole. I primi uomini vi giunsero, pare, attorno al 6.000 a.C. Nel III millennio gli abitanti dell'isola seppero costruire una vasta rete di rapporti commerciali tale da garantire un vero e proprio dominio sui mari (talassocrazia). Forse il mito del Minotauro, al quale la città di Atene  doveva offrire come tributo sette giovani uomini e sette giovani donne ogni anno, non è altro che il ricordo di una antica sottomissione.

E' appunto attorno al 1.900 a.C. che sorgono in diverse località dell'isola una serie di grandiosi palazzi. L'archeologia ci dice che questi palazzi furono ridotti in macerie contemporaneamente attorno al 1.700 a.C., quasi certamente per effetto di un violentissimo terremoto. Alcuni studiosi suggeriscono che questi edifici potrebbero essere stati distrutti in seguito a un'invasione militare, ma l'ipotesi appare improbabile: essi vennero ricostruiti immediatamente, più splendidi di prima e, come prima senza mura difensive (fatto improbabile se l'isola avesse davvero sperimentato delle distruzioni frutto di un'invasione nemica).

Il palazzo di Cnosso ricostruito da Evans è proprio quello ricostruito dopo le distruzioni del 1.700: si tratta di una serie di ambienti disposti attorno a un ampio cortile centrale (un secondo grande cortile si trovava nella zona occidentale), sviluppati su più livelli sfruttando in maniera suggestiva le ondulazioni del territorio con scalinate, porticati, giardini pensili, etc. Vi si trovavano un santuario, un'area destinata agli spettacoli, servizi igienici, sale da bagno.

rovine del palazzo di Cnosso
I cortili erano finalizzati ad accogliere un numero consistente di persone, forse per il periodico svolgimento di raduni, feste, cerimonie. Quello occidentale (nella foto a destra) era attraversato da un marciapiede lastricato (probabilmente un sentiero preferenziale) che porta a grandi contenitori circolari rivestiti in pietra (forse utilizzati in occasione di processioni rituali  con distribuzioni o consegna di cereali ).

Probabilmente la funzione principale del palazzo non era residenziale. Si tratta di grandi strutture derivate dall'assemblaggio di spazi riservati alle attività più varie. Certamente i palazzi erano importanti centri di vita economica: vi si custodivano le eccedenze dei raccolti agricoli, vi si svolgevano varie attività artigianali, come la produzione di beni di lusso (ceramica dipinta, gioielli...).

RELIGIONE
La religione cretese, a differenza di quella egizia e mesopotamica, non innalzava templi o santuari situati sotto forma di edifici monumentali : è una religione naturale e i suoi i luoghi di culto erano nelle grotte o presso boschi e fonti. Particolarmente venerata era una divinità femminile simile alla cosiddetta Grande Madre, dea della fertilità tipica delle società agricole del Neolitico mediterraneo.


la dea dei serpenti
Tale dea presiedeva all'attività riproduttiva di piante, animali e uomini e rappresentava la forza vitale della natura. Ad essa è collegabile la figura del toro, molto venerato a Creta (basti pensare al mito del Minotauro). E' l'animale più frequentemente sacrificato alla Grande Madre. 
Al culto del toro sono riferibili anche giochi rituali di cui si trovano diverse rappresentazioni artistiche, come la taurokathapsìa, durante la quale un sacerdote si lancia verso animale in corsa, ne afferra le corna e esegue capriola sul dorso dell’animale. La figura del toro è collegata al culto della fertilità maschile. 


taurokathapsia
In alcune località della Francia sud-occidentale e della Spagna si celebrano tutt'oggi giochi analoghi:



SCRITTURA
Per conoscere la storia cretese possiamo utilizzare quasi esclusivamente gli strumenti dell'archeologia. Questo non perchè a Creta non si utilizzasse la scrittura, ma perchè non possediamo ancora la chiave per interpretarla.
Sappiamo che sull'isola di Creta, nel periodo che stiamo analizzando sono stati usati almeno tre tipi di scrittura.
La prima scrittura, cosiddetta "geroglifica", è documentata da un celebre reperto archeologico: il disco di Festo


disco di Festo

Si tratta di un oggetto di argilla, risalente forse al XVIII sec. a.C, rinvenuto in una stanza all'interno del palazzo di Festo.Su di esso, disposti a spirale su ambedue le facce, sono impressi 241 segni. A differenza delle scritture mesopotamiche, questi segni non furono tracciati con uno stilo, ma impressi con piccoli timbri (45, come il numero di segni diversi tra loro). Gli storici hanno tentato diverse ipotesi per decifrare questa scrittura: dono certi che non si tratti di una scrittura alfabetica (45 segni sarebbero troppi), nè ideografica (allora sarebbero troppo pochi). Ritengono invece che ogni segno corrisponda a una sillaba, come accadeva in altre scritture dell'epoca.

Non si è potuto andare oltre queste ipotesi perchè è mancato l'aiuto che ha permesso di decifrare, per esempio, le scritture cuneiformi e i geroglifici egizi: un testo bilingue (o plurilingue, come la stele di Rosetta) che consentisse di utilizzare la scrittura conosciuta per decifrare interpretare quella ignota.

In parte contemporanea alla scrittura "geroglifica", ma più diffusa nella successiva fase neo-palaziale, era la cosiddetta scrittura lineare A, tutt'oggi non decifrata.

lineare A
Quando nel XV sec. a.C. Creta venne invasa da un popolo proveniente dalla Grecia, i micenei, questi modificarono la lineare A per adattarla alla loro lingua, una forma arcaica di greco. Ne nacque una scrittura sillabica detta lineare B.
Quest'ultima fu decifrata nel 1952 da Micheal Ventris, un inglese che, lavorando per i servizi segreti durante la 2° Guerra Mondiale, aveva acquisito una grande abilità nella decifrazione dei codici nemici.

lineare B

lunedì 5 dicembre 2011

STORIA: approfondimenti degli alunni 1

LA MUMMIFICAZIONE

mini documentario: http://www.youtube.com/watch?v=b4EPHXq0McI


Il culto dei morti

Gli egizi vedevano la morte come il passaggio a un'altra esistenza, possibile però solo se il defunto disponeva di una tomba e se il corpo si manteneva pressochè intatto.
I medici egizi erano espertissimi, avevano studiato il modo di conservare i cadaveri, erano, infatti riusciti a mettere a punto una tecnica raffinatissima per la conservazione degli stessi: la MUMMIFICAZIONE.

La mummificazione dei corpi e la loro conservazione unitamente a beni terreni cari al defunto risaliva alle credenze egiziani di una vita dopo la morte , nella quale il defunto lavorava, si riuniva con gli dei , mangiava (ci sono stai vari ritrovamenti di cibo nelle tombe); insomma gli egizi credevano in una vera e propria vita molto simile a quella terrena.

La mummificazione naturale

Le condizioni ambientali favorevoli alla mummificazione  sono:

-clima freddo, secco e ventilato, che ostacola la putrfazione;
-inumazione in terreni asciutti capaci di assorbire liquidi in grande quantità;
-presenza di certi tipi di muffe che disidratano il corpo.

Mummificazioni parziali  si hanno in persone decedute in luogo chiusi, riscaldati e ben ventilati.
I fattori che favoriscono i processi di mummificazione sono la denutizione, grosse emorragie, l'età avanzata.In media il processo di mummificazione dura 6 mesi- 1 anno, ci sono stati pochi casi di mummificazioni in 2-3 mesi  e eccezionali in 2-3 settimane.

La mummificazione artificiale

La civiltà certamente più nota per le sue mummie è senza dubbio quella egizia.
Da fenomeno naturale la conservazione dei corpi divenne una vera arte la cui diffusione si estese al faraone e alla sua famiglia, e via via ai nobili ed ai ricchi in generale. Gli imbalsamatori, che univano conoscenze di anatomia umana a rituali religiosi dovevano agire con rapidità, prima che il cadavere cominciasse a decomporsi.
Il completamento del processo durava circa 70 giorni.
Il primo passo consisteva nella rimozione degli organi interni, la cui presenza avrebbe potuto accelerare il processo di putrefazione. Il cervello veniva rimosso dalla scatola cranica tramite uncini metallici inseriti nelle narici, poi con un taglio sull'addome si estraevano gli organi interni tranne il cuore, ritenuto sede dell'anima.


Gli organi interni rimossi venivano posti nei vasi canopi, così chiamati da Canopo, città sul delta del Nilo, aventi le fattezze dei 4 figli di Horus.
Successivamente  anche gli organi interni venivano avvolti in bende per poi essere riposti nel corpo del defunto, ma i vasi canopi, anche se privi di utilità pratica , continuarono ad essere deposti nelle tombe.
Dopo l'esportazione degli organi, si procedeva alla disidratazione del corpo immergendolo per circa 40 giorni in natron, un sale esistente in natura. A seguito di questa lavorazione il corpo veniva immerso nelle acque del Nilo per togliere il natron residuo. Il corpo svuotato veniva poi lavato con il vino di palme che impediva lo sviluppo di batteri decompositori e riempito di mirra, cannella, essenze profumate e bende impregnate di natron, pezzi di lino e segatura. Il corpo poi veniva ricoperto con lo stesso sale e infine unto con appositi oli balsamici.
Al termine di questa fase il corpo appariva completamente disidratato anche se ancora riconoscibile. L'incisione addominale veniva poi coperta con una placca metallica detta l'occhio di Horus.
Al termine di queste operazioni il corpo veniva strettamente avvolto in bende impregnate di resina, sulle quali poi venivano riportate delle formule magiche, e tra i vari strati del bendaggio venivano inseriti vari amuleti legati alla vita.


Alla mummificazione seguiva il funerale vero e proprio con la sistemazione del corpo nella tomba. Le cerimonie e le tombe variavano a seconda dello stato sociale del defunto , da delle semplici sepolture nel deserto a tombe riccamente dipinte e dotate di preziosi corredi funebri. Un famoso esempio di tutto ciò è stato ritrovato nella tomba di Tutankhamon.
Da un cadavere mummificato è possibile prendere impronte digitali mediante delle tecniche che reidratano le parti molli delle dita.

Le classi di mummificazione

C'erano tre classi di mummificazione, ciascuna con una lavorazione diversa a seconda del prezzo che gli eredi del defunto volevano pagare:

-La prima classe: era la più costosa e comprendevano tutte quelle mummie che dopo essere state svuotate degli organi interni venivano immerse per 40 giorni in un bagno di natron, dopo di ciò venivano lavate, profumate e avvolte in  bende di lino, previa coloritura della pelle e delle labbra;

-La seconda classe: aveva un procedimento più semplice: si riempiva il corpo del defunto dall'orifizio anale di olio di cedro asiatico, che liquefaceva gli organi interni. Il corpo veniva svuotato di quest'olio , poi veniva avvolto nelle bende e poi si riconsegnava ai parenti.

-La terza classe: era la più economica e comune in Egitto, limitava la mummificazione all'immersione del corpo in un bagno bollente di acqua e natron, dopo essiccazione con aria ventilata, avveniva l'avvolgimento in stuoie di iuta.

Amuleti e canopi

Per salvaguardare il defunto durante il suo viaggio nell'aldilà, gli imbalsamatori infilavano diversi e minuscoli amuleti portafortuna tra le bende.
Erano svariate centinaia ed ognuno aveva un significato preciso.
Lo Scarabeo simboleggiava la risurrezione ed era posto sopra o dentro il petto.               
                                                     

La colonna Djed conferiva stabilità e fermezza e simboleggiava la spina dorsale di Osiride


 L'amuleto più potente era l'Occhio di Horus, dispensatore di salute.


L'appoggiatesta Weres indicava che il capo del morto sarebbe rimasto sollevato per sempre.


Le viscere estratte dal corpo del defunto venivano poste in vasi canopi,che avevano come coperchi le teste dei 4 figli di Horus: Daumutef, con la testa di sciacallo conteneva lo stomaco, Quebehsemut, il falco conteneva gli intestini.
Nel vaso con la testa umana, Ismet, veniva riposto il fegato, quello di Hapy, con la testa di babbuino, conteneva i polmoni


STORIA - approfondimenti degli alunni 2


LA SCRITTURA GEROGLIFICA



I geroglifici sono i segni pittorici che compongono il sistema di scrittura utilizzato dagli antichi Egizi, che combina elementi ideografici, sillabici e alfabetici.
Il termine geroglifico deriva dal latino hieroglyphicus, a sua volta derivato dal greco ερογλυφικός (hieroglyphikós) "(scritture) sacre incise" composta da  hierós, che significa "sacro", e glýphō, che significa "(io) incido”. I geroglifici egizi risalgono al 3200 a.C. Fino a pochi anni fa si riteneva che la scrittura degli egizi fosse apparsa in questo periodo, ma recenti scoperte hanno messo in luce testimonianze più antiche, facendone risalire l'uso ad almeno due secoli prima e connotandola come la forma di scrittura più remota in assoluto, antecedente a quella mesopotamica.

Andando avanti nel tempo i geroglifici si utilizzarono solo per usi religiosi, perché per le registrazioni amministrative si iniziò ad usare una forma corsiva detta ieratico. Solamente gli scribi avevano il privilegio di saper leggere e scrivere il geroglifico, perciò si iniziò a chiamare anche “scrittura divina”. La scrittura geroglifica era altamente estetica perciò iniziò ad essere usata soprattutto per i testi destinati alle tombe e ai templi dove, parole e immagini, entrambe impregnate della forza divina, erano parte integrante delle scene. I simboli di forza, prosperità e di vita erano considerati molto potenti, al pari dei nomi dei faraoni e degli dèi, più volte scritti allo scopo di salvaguardarli per l'eternità.

Come carta da scrivere veniva usato il papiro, che  è una pianta il cui nome scientifico è Cyperus papyrus, che cresce in luoghi in cui è presente acqua in abbondanza e la temperatura dell’aria è calda.  Il papiro è  composto da liste sottili sovrapposte e incrociate, che venivano ricavate dalla parte interna del fusto,  tagliata longitudinalmente.        
Le liste venivano poi bagnate, pressate e asciugate.  Quindi venivano raschiate con conchiglie levigate. Infine i fogli di papiro ultimati, di lunghezza variabile tra i 15 e i 35 cm, venivano arrotolati, probabilmente in strisce lunghe anche 8 -10 metri



Le iscrizioni egizie sono composte da due tipi fondamentali di segni: ideogrammi e fonogrammi. Il primo indica l’oggetto rappresentato o qualcosa di direttamente associabile; il secondo rappresenta i suoni, e sono usati per il lavoro fonetico.
La maggior parte delle parole era scritta con una combinazione di segni fonetici e ideografici.  Di solito le iscrizioni geroglifiche possono avere andamento sia orizzontale sia verticale e si leggono da destra a sinistra. Nelle frasi sono stati trovati nomi, verbi, preposizioni e altre parti del discorso disposte secondo rigide regole di ordine delle parole.   
Il sistema geroglifico si sviluppò all’incirca nel 3000 a.C. e si usò presso gli Egizi fino all’epoca romana; la forma e il numero di segni rimasero invariati fino al periodo greco-romano.
Nei testi religiosi si usava la scrittura ieratica, scrittura corsiva, stendendo l’inchiostro con pennelli sul papiro. Nell’uso quotidiano si adoperava la scrittura demotica, la cui stesura richiedeva accuratezza, impegnando il doppio del tempo; era usata per le iscrizioni incise sui monumenti.
  
I COLORI DEI GEROGLIFICI
Nel dipingere i geroglifici sulle pareti si usavano diversi colori. Le piante erano verdi, il sole sempre rosso, i simboli dell’acqua verdi o azzurri, gli oggetti di legno e metallo gialli e così via.
Ecco i materiali da cui si ottenevano le polveri impiegate per la pittura. Bianco: calcare o gesso. Nero: carbone di legna. Giallo: ocra gialla (ossido di ferro idratato). Rosso: ocra rossa (ossido di ferro). Blu: azzurrite (carbonato di rame) proveniente dal Sinai. Verde: malachite (altro minerale di rame) proveniente dal Sinai.
I leganti erano albume d’uovo e colla di pesce. I pennelli erano piccoli fasci di fibre vegetali ripiegate, ritorte e strettamente legate.

LA TAVOLOZZA DI NARMER
Il primo esempio di geroglifici veri e propri è la tavolozza che celebra l'unificazione tra l'Alto e il Basso Egitto avvenuta intorno al 3100 a.C. ad opera del re Narmer, identificato con Menes
(I Dinastia). Si tratta di una tavola di scisto di cm 64 x 42 con un avvallamento al centro per mescolare il bistro con cui gli Egiziani usavano contornare pesantemente gli occhi. È scolpita su ambedue le facce e proviene, insieme a molti altri oggetti con il nome di Narmer, da un tempio in mattoni crudi portato alla luce nel 1897 a Hieracompolis, capitale predi nastica dell'alto Egitto.

LA STELE DI ROSETTA
Nell’estate del 1799 uno sconosciuto soldato francese scoprì presso Rosetta (Forte Rashid) una pietra in basalto nero di m. 1,14 x 0,72, fittamente coperta di iscrizioni: nella parte superiore 14 righe in geroglifico (una parte del testo manca), nella parte centrale 32 righe in demotico e nella parte più bassa 54 righe in greco. Bouchard, ufficiale del genio del corpo di spedizione del generale Bonaparte, ne intuì subito l’importanza. La spedizione di Napoleone Bonaparte si concluse con una disfatta militare, gli inglesi si impadronirono dell'Egitto e anche della pietra di Rosetta, che fu trasportata a Londra, al British Museum, dove ancora oggi si trova. Ma erano stati eseguiti copie e gessi, che pervennero a Parigi, dove gli studiosi si affrettarono a compiere esami e confronti.
Attraverso il testo greco si stabilì che si trattava di un ringraziamento dei sacerdoti di Menfi a Tolomeo V Epifane nell'anno 196 a.C., per ringraziarlo dei doni fatti ai templi. Nel testo greco era nominata anche sua moglie Cleopatra e in quello egiziano c’erano due diversi cartigli. In quel periodo fu trovato a File un obelisco con un’iscrizione in geroglifici e greco contenente il nome Tolomeo: confrontandolo con la stele di Rosetta si capì quale era Tolomeo e per esclusione quale Cleopatra.


domenica 27 novembre 2011

CARTOGRAFIA 3


Le tre regole della cartografia
La cartografia scientifica, come abbiamo detto, cerca di adottare dei precisi criteri di proiezione geometrica per rappresentare lo spazio curvo della Terra sulla superficie bidimensionale della carta. Nessuna proiezione è in grado di consentire una trasposizione priva di deformazioni, quindi la scelta della proiezione è legata alle finalità della carta. I criteri in base ai quali si distinguono le proiezioni geografiche sono essenzialmente tre:

Equivalenza: si ha quando il reticolo geografico è costruito in modo tale da mantenere le superfici sulla carta proporzionali a quelle reali.

Equidistanza: quando il reticolo geografico è costruito in modo tale da mantenere le distanze reali proporzionali a quelle sulla carta. Generalmente solo le carte topografiche con scala 1:25.000 o inferiore sono equidistanti. Nelle proiezioni a scala maggiore (per esempio nei planisferi) l’equidistanza si mantiene solo lungo linee fisse (meridiani o paralleli)

Isogonia: quando meridiani e paralleli sono tracciati in modo da mantenere gli angoli rappresentati sulla carta uguali a quelli che realmente il reticolato geografico forma sulla sfera terrestre. Le carte isogoniche (dette anche conformi) sono particolarmente adatte per la navigazione (l’esempio più noto è quella di Mercatore)

Le carte geografiche sono obiettive?
L’obiettività delle moderne rappresentazioni cartografiche è normalmente data per scontata. In realtà tutte le carte geografiche riproducono modi di pensare e convenzioni propri della società e degli individui che le hanno prodotte.
Come abbiamo visto, le carte medievali rappresentavano la Terra secondo un punto di vista religioso; le carte dell’età moderna, dal XVI al XIX sec. presupponevano interessi commerciali e coloniali degli Stati europei. In base a questi ultimi stabiliscono delle convenzioni rappresentative: il nord è in alto, la longitudine parte dal meridiano di Greenwich; la carte sono centrate sull’Europa occidentale.
La visione del mondo che vediamo raffigurata sulle carte contenute nei nostri libri è indubbiamente EUROCENTRICA: ci porta cioè a considerare la nostra cultura e il nostro gruppo umano come i migliori in assoluto. In realtà anche in altre parti del mondo avviene che la propria regione venga messa al centro del planisfero, basta osservare gli esempi qua sotto.

Upside down o south oriented map

Carta pacifico-centrica. Da notare la posizione marginale dell'Europa


Ogni carta è in realtà frutto di un insieme di criteri soggettivi. Comprenderli, significa essere consapevoli del tipo di messaggio che esse veicolano.
Tra le carte contemporanee se ne possono citare due che hanno suscitato grande interesse, ma altrettante critiche: sono le proiezione di ARNO PETERS e quella di ARTHUR ROBINSON.

La carta di Peters nasce  nel 1973 come reazione ai limiti della carta di Mercatore che, se da un lato ha favorito la navigazione, dall’altro è stata accusata di favorire una visione eurocentrica e colonialista.
La proiezione di Mercatore, come sappiamo, distorce enormemente le superfici dei continenti: i Paesi nordici appaiono molto più estesi rispetto a quelli vicino all’Equatore.
Secondo Peters  l’enorme successo della proiezione mercatoriana non dipende affatto dalla comodità del calcolo lossodromico (che interessava una parte minuscola dell'umanità), ma solo dalla rilevanza (maggiore superficie e posizione centrale) che essa attribuisce alle regioni dell'emisfero settentrionale che, non a caso, coincidono con le popolazioni attive nell'espansione colonialista ed imperialista tra '500 e '900.
Proprio per correggere queste distorsioni, la Carta di Peters è realizzata per mantenere le reali proporzioni delle superfici dei continenti, attraverso una scomposizione del mondo in 100 parti orizzontali e 100 verticali   le quali formano un reticolato che va a sostituire quello tradizionale formato dall'incrocio di meridiani e paralleli. La superficie delle terre racchiuse in ogni quadrante è proporzionale rispetto a quella di tutti gli altri. 
Un'altra proposta di Arno Peters è di collocare il meridiano centrale alla longitudine di Firenze: ne deriverebbe una linea del cambio di data che rispetta lo Stretto di Bering tra Asia e America. A parere di Peters sarebbe una scelta convenzionale molto più ragionevole rispetto al mantenere la centralità attribuita per convenzione a Greenwich: convenzione anch'essa politica ed ideologica, imposta da britannici e statunitensi alle altre Potenze nel 1884 (la International Meridian Conference organizzata dal presidente USA Chester A. Arthur).


La carta di Arno Peters  tiene insieme le qualità della carta di Mercatore (possibilità di rappresentare la linea lossodromica come un segmento retto) e il rispetto delle superfici reali.
Tutti i paesi nel suo planisfero sono rappresentati in maniera equivalente (alcuni dissero "democraticamente"), in base alle loro reali dimensioni. Il fatto che il sud nella carta di Arno Peters non venga sottovalutato, ha determinato non solo il suo successo popolare, ma anche politico. Tra gli sponsor della carta di Arno Peters, infatti, troviamo innanzitutto ONU e poi UNICEF-Italia, la Caritas di vari paesi, tra cui anche quella italiana.
In realtà già nel 1885 un sacerdote scozzese, tale James Gall, aveva  proposto alla Società Geografica di Scozia un analogo sistema di proiezione; pertanto taluni studiosi preferiscono parlare di Proiezione di Gall oppure Proiezione di Gall-Peters. Tuttavia l'opera del Gall sembrava essere del tutto dimenticata.
 Peters, , non era un geografo, ma uno storico. Sua è una curiosa storia del mondo sincronica, nella quale ha voluto mostrare la contemporaneità dei fatti storici nelle diverse parti del mondo, in modo da renderli paragonabili obbiettivamente nella loro importanza. Anche quello era un modo di correggere vecchie distorsioni scolastiche: cadevano la centralità di Roma e di Atene, la centralità dell'Europa nel medioevo e nell'epoca moderna, acquistavano un certo rilievo civiltà di solito misconosciute come quella cinese e quella indiana. Con una scelta provocatoria, certo anch'essa ad alto tasso ideologico.

Il cartografo americano Arthur Robinson mise a punto nel 1974 una proiezione che ha generato un planisfero di grande successo, utilizzato dal National Geographic e poi adottato ufficialmente dagli USA.
La proiezione di Robinson ha la caratteristica di non rispettare in maniera rigorosa nessuna delle tre regole classiche della cartografia, ma di applicare un compromesso equidistante tra di esse. Con questa proiezione, le deformazioni presenti in modo più o meno marcato a seconda  delle diverse proiezioni vengono meglio distribuite.


lunedì 21 novembre 2011

STORIA: L'Antico Egitto



Fino a circa 10.000 anni fa il Sahara non era un deserto. Aveva un clima umido ed era popolato da diversi gruppi umani che vivevano di agricoltura e allevamento.
Verso il finire dell’ ultima glaciazione un innalzamento della temperatura e un progressivo inaridimento diede inizio alla graduale desertificazione di questa grande area.
Solo pochi gruppi di nomadi si adattarono a un clima e a un ambiente sempre più inospitale. La maggior parte della popolazione sahariana migrò  verso aree più favorevoli dal punto di vista ambientale: la costa mediterranea , la Valle del Nilo, l’Africa equatoriale. Da allora il Sahara rappresentò una barriera geografica, ma anche culturale tra l’ Africa mediterranea e l’Africa nera.

foto satellitare della regione egiziana. In verde  la Valle del Nilo e il suo delta
La Valle del Nilo si presenta come lunghissima oasi al centro del Sahara. A differenza della Mesopotamia, che è priva di confini naturali, l’Egitto è nettamente delimitato dal Mediterraneo a nord, dal mar Rosso a est, dal deserto libico a ovest e dalla prima cateratta (rapida) a sud, dove inizia la regione montagnosa della Nubia. La difficile accessibilità della regione fece sì che il Paese subisse solo raramente, e limitatamente alla regione del Delta, delle invasioni straniere. Grazie a questa particolare situazione l’Egitto conservò una straordinaria omogeneità culturale nel corso di tutta la sua storia plurimillenaria.



Lo storico greco Erodoto definì l’Egitto “dono del Nilo” per sottolineare come la storia e la civiltà di questo Paese fosse indissolubilmente legata al grande fiume che lo attraversa. Il Nilo rispetto ai fiumi mesopotamici ha un corso più regolare. Per 1000 km fino al delta scorre in pianura con un dislivello minimo.
Le piogge tropicali che cadono torrenziali dall’inizio dell’estate nella regione del corso superiore del fiume, provocano regolari ondate di piena. Quando le acque si ritirano, il terreno rimane coperto da un materiale ricco di sostanze nutritive, che lo rende estremamente fertile, il limo. L’agricoltura trovò così, lungo il fiume, un ambiente naturale particolarmente adatto al suo sviluppo.
Le prime tracce di agricoltura nella valle del Nilo risalgono al V millennio a.C. La svolta pare sia avvenuta nel millennio successivo: il peggioramento delle condizioni ambientali del Sahara fu all’origine di grandi migrazioni; l’aumento della popolazione  determinò la necessità di ampliare la  superficie coltivata e di realizzare, di conseguenza, opere idrauliche capaci di ampliare gli effetti delle benefiche piene del Nilo. La necessità di regolare le piene del fiume affinchè non fossero né troppo abbondanti né troppo scarse , di immagazzinare le sementi e distribuirle alla comunità; il bisogno di difendere le fertili terre nere dagli attacchi degli abitanti delle “terre rosse” richiesero alle popolazioni nilotiche di darsi organizzazioni coordinate ed efficaci, a partire dalle quali sorsero villaggi, città e, infine, Stati.
Si pensa che attorno alla metà del IV millennio a.C. in Egitto sorgessero una quarantina di piccoli regni indipendenti. Attorno la fine del millennio l’Egitto risulta invece diviso in due grandi regni: BASSO EGITTO, coincidente con la zona del Delta, e ALTO EGITTO, coincidente invece con la Valle.


LA PERIODIZZAZIONE DELLA STORIA EGIZIANA
Sappiamo che attorno al 3100 un re di nome Narmer, forse coincidente con la figura del faraone Menes,  vanta di aver unificato sotto di sé i due regni. Da questo momento si fa partire la periodizzazione della storia della civiltà egiziana.
In realtà esistono almeno due criteri attraverso i quali si scandiscono i circa 3.000 anni di sviluppo delle vicende dell’Antico Egitto. Nel III sec. a.C. il sacerdote Menatone stilò una lista dei faraoni, dividendoli in trenta dinastie a partire da Menes-Narmer fino al 343, anno della morte dell’ultimo faraone, Nectanebo II. In realtà sull’Egitto continuarono a regnare sovrani che si proclamavano faraoni, da Alessandro Magno fino agli imperatori romani. I sacerdoti egiziani si rifiutarono però di aggiungere le loro dinastie a quelle elencate da Manetone.
La periodizzazione generalmente usata oggi dagli egittologi si basa su una suddivisione in tre grandi epoche di unità, indipendenza e benessere, intervallate da periodi di crisi, frammentazione statale e decadenza:

ANTICO REGNO
3100-2200 a.C
1° PERIODO INTERMEDIO
2200-2100 a.C.
MEDIO REGNO
2100-1750 a.C.
2° PERIODO INTERMEDIO
1750-1570 a.C.
NUOVO REGNO
1570-1070 a.C.
PERIODO DELLA DECADENZA
1070-31 a.C.

Da allora fino al 31 a.C. anno della conquista romana, periodizza storia egiziana suddividendola in tre periodi  di unione, in cui tutto l’Egitto si riconosce sotto la guida del faraone e periodi intermedi (disgregazione, dominazioni straniere, guerre civili…)

La tavolozza di re Narmer
Questo oggetto, risalente circa al 3100 a.C., fu scoperto nel 1894 dall'archeologo americano Quibell e oggi è conservato al Museo del Cairo. Si tratta di una tavoletta di pietra, alta 74 cm, che serviva per preparare il trucco per gli occhi (il khol, una specie di rimmel). Gli egizi, uomini e donne, amavano truccarsi.

Lato anteriore
Sul lato anteriore della stele, in alto sono raffigurate 2 teste umane con corna di toro rappresentazione della dea Hathor; tra le due teste, all’interno di un cartiglio, è scritto il nome di Narmer in caratteri geroglifici: un pesce gatto (NAR) accostato a una mazza (MER).
Nel registro centrale è raffigurato Narmer, che indossa la corona bianca a tiara dell'Alto Egitto e porta, attaccata alla cintura una coda di toro, simbolo di virilità e di potere sugli animali, richiamo all'epoca preistorica ed all'allevamento del bestiame Il faraone afferra con la mano sinistra i capelli di un nemico in ginocchio, mentre, con l'altra mano, regge una mazza con cui sta per assestare il colpo di grazia (posa che verrà riprodotta molte volte dai faraoni che si succedettero. Ha spesso un valore simbolico, ma può anche rappresentare una vittoria militare); a sinistra in basso, dietro al re è ritratto un portatore di sandali che annuncia la figura del visir, il più alto funzionario statale dell’Antico Egitto, dopo il faraone; A destra il falco Horus (simbolo sia del re sia dell'Alto Egitto) trattiene tra gli artigli una fune cui è legata la testa di un prigioniero che ha accanto 6 papiri, simbolo del Basso Egitto; in fondo 2 nemici morti, forse rappresentano città conquistate.
Lato posteriore
Il registro superiore è identico al registro superiore dell’altra faccia della tavoletta; nel secondo registro Narmer indossa la corona rossa a modio del Basso Egitto; è seguito dal visir e preceduto da uno scriba davanti al quale ci sono i portabandiera con sulla sommità dei pali i vessilli a rappresentare le diverse regioni e pavoncelle legate per il collo ad evidenziare la sottomissione al nuovo sovrano dei popoli rappresentati da 2 file di nemici decapitati; sotto 2 leonesse con lunghi colli attorcigliati, simbolo dell'unione delle 2 Terre, tenute da 2 inservienti; nel registri più basso il faraone, raffigurato come un toro possente, irrompe su una piazzaforte calpestando il corpo di un nemico.

Le corone regali
Le corone, simbolo della regalità, erano 3:
Kedyet a tiara bianca per l'Alto Egitto.

Desheret a modio rossa per il Basso Egitto 

Pechent doppia composta dall'unione delle 2 precedenti, che simboleggiava il regno unificato.

due dee, rappresentanti Alto e Basso Egitto pongono sul capo del faraone la  pechent


ANTICO REGNO (3100-2200)
 Narmer unifica i due regni del Basso e Alto Egitto-
La capitale, inizialmente posta a Tinis nell’Alto Egitto, viene in seguito spostata a Menfi, dettala bilancia delle due terre” per la sua posizione di confine tra la zona del Delta e quella della Valle.
Fin dalle prime dinastie il faraone si configura come dio in terra, con la precisa  funzione di conservare maat, l’ordine cosmico, l’equilibrio  e la giustizia che garantiscono la prosperità dello Stato che da lui dipende.  Questo giustifica l’enorme accentramento di poteri nelle mani del re tipico della civiltà antico egiziana.
 Simbolo della straordinaria autorità del faraone sono le tombe monumentali dei re dell’Antico Regno, in particolare quelle della IV dinastia (Chefren, Cheope, Micerino).



1° PERIODO INTERMEDIO (2.200-2.100)
Durante questo periodo il potere imperiale si frantuma.  Nell’Alto Egitto sorge una potentissima nobiltà provinciale; le terre che erano state a lungo di proprietà esclusivamente regale vengono frazionate; sempre più larghi privilegi vengono concessi  ai templi e ai sacerdoti; il tesoro reale si impoverisce.
Si arriva  a un periodo turbolento, in realtà scarsamente documentato dalle fonti. Tutto il Paese piomba nel disordine. Un testo dell’epoca, Le lamentazioni di Ipu Ur dà un quadro fosco delle condizioni del paese in questo momento in cui tribù di nomadi si sono infiltrate nel Delta e, ovunque in Egitto, si hanno lotte fratricide, rivolte sociali, saccheggi, miseria:

"Davvero i capelli sono caduti a tutti. Il figlio di un uomo nobile non è più distinguibile da chi non lo è . (…)            
Ecco vedete... la terra è piena di banditi, l'uomo si reca ad arare con il suo scudo , il povero è divenuto ricco, il cuore degli schiavi esulta, la terra è piena di lordura e non si vedono più vesti bianche … i morti sono gettati nel fiume e il Nilo è la loro sepoltura..
Ecco vedete! I nobili si lamentano , i poveri sono in festa.. il paese gira come il tornio del vasaio, i cuori sono pieni di violenza.. la pestilenza infuria e non si vede altro che sangue e morti.. manca l'oro e mancano i prodotti per i funerali, coloro che avevano delle tombe giacciono ora nel deserto.               
Grandi e piccoli dicono: “Vorrei esser morto!” e i piccoli bimbi dicono: “Non mi avessero mai messo al mondo!”      Davvero il deserto è nel Paese, gli stranieri sono venuti in Egitto da fuori.      

I forti del paese ignorano tutto delle condizioni del popolo ..più nessun funzionario è al suo posto .. e si va verso la rovina".
"Guardate...molti morti sono gettati nel fiume, la corrente è una tomba.... Guardate chi era stato sepolto come falco divino
(il faraone) è ora su una barella e quello che la piramide nascondeva è ormai vuoto..."
Si mangia erba e ci si abbevera d’acqua e non si trovano né grani né erbaggi da uccelli.             
Le donne sono diventate sterili.. l'uomo guarda il figlio come un nemico.. i campi non danno più grano, il bestiame muore di malattia oppure è razziato, l'acqua del fiume è sangue...        

Un lottatore dovrebbe apparire e cacciare in mali che i ribelli hanno causato perché non c’era un pilota. Dov’è oggi? Forse che dorme? Ecco, non se ne vede l’opera.


MEDIO REGNO (2100-1750)
Dalle lotte tra piccoli regni emergono i principi di Tebe  che, sottomettendo i piccoli regni locali in cui si era frammentato l’Egitto, riescono a riaffermare l’unità nazionale. Tebe, nell’Alto Egitto, è la nuova capitale. Ha inizio uno dei periodi più floridi della storia egiziana.
L’influenza culturale e commerciale egiziane si espande in Asia e a sud, verso la Nubia. Il confine del Paese viene spostato a sud, all’altezza della 2° cateratta.

2° PERIODO INTERMEDIO (1750-1570)
Dopo lungo periodo di infiltrazione lenta e costante il Delta e anche l’antica capitale Menfi cadono nelle mani degli HYKSOS  ( così chiamati dal termine egiziano heqa – khashut à principi dei paesi  stranieri); si trattava di  miscuglio di genti asiatiche, in prevalenza semiti.
Essi sottomisero gran parte dell’Egitto, in modo probabilmente non oppressivo. Assimilatrono la cultura egiziana e fecero largo uso di funzionari egiziani per l’amministrazione dello Stato.
Certamente gli hyksos portarono in Egitto l’innovazione militare del carro da guerra trainato da cavalli, fino ad allora sconosciuto nel Paese.
Gli Hyksos vennero scacciati dal Paese per iniziativa di due sovrani tebani Kamose e, in seguito, Tutmosi

Con Tutmosi si apre il NUOVO REGNO (1570-1070)
L’Egitto è di nuovo riunito e unificato. Ha inizio anche una spinta espansionistica che porta alla conquista militare della Nubia, della Palestina e della Siria. Sotto il faraone Tutmosi III i territori sottomessi dall’Egitto giungono fino all’Eufrate. Tebe torna ad essere la capitale e il suo dio, Amon Ra è il protettore della dinastia reale e dello Stato.
L’Egitto diventa il Paese più ricco del mondo, ma l’oro che arrivava dalla Nubia e dall’Asia, andava in gran parte ad arricchire, in particolare quello di Amon-Ra a Tebe. I sacerdoti diventano estremamente potenti, tanto da entrare in conflitto con il faraone. Lo scontro diventa particolarmente aspro, nel XIV sec. a.C.,  sotto il regno di Amenhotep IV:i templi vengono chiusi e i sacerdoti, in particolare quelli di Amon, perseguitati. Anche la capitale viene spostata da Tebe  a una nuova città Akhetaton, consacrata dal faraone  al dio di una nuova religione monoteistica: Aton, il disco solare. Il faraone, che cambiò il suo nome in Akhenaton (“gradito ad Aton”) cercò di cancellare i culti di tutte le altre divinità, ma il suo tentativo, oltre ad essere osteggiato dai sacerdoti, che si vedevano privati dei propri privilegi, non fu accettato dal popolo, che rimase attaccato alle vecchie tradizioni religiose.

Akhenaton e la moglie Nefertiti in adoraziione del dio solare Aton

Alla morte di Akhenaton, nel 1336 a.C.,  gli succede, a soli 10 anni, il figlio Tutankhamon. La nobiltà e il clero riuscirono a ripristinare i vecchi culti politeisti.
Un’altra figura di grande importanza del Nuovo Regno  è il faraone Ramesse II (1298-35), protagonista dello scontro con gli Hittiti per il predominio sulla Siria, il cui episodio culminante fu la battaglia di Qadesh.

L’ultimo grande faraone del Nuovo Regno fu Ramesse III che dovette fronteggiare gli attacchi portati dai “popoli del mare” attorno al 1200. Ramesse riuscì a sconfiggere gli invasori e le sue imprese militari sono celebrate nelle scene scolpite sul suo monumento funerario. Dopo di lui però l’Egitto non riuscì più a conservare le sue conquiste in Asia.
Si entra in una fase di decadenza in cui l’unità del regno nuovamente si sfascia. Quello che va dal 1070 al 31 a.C. è noto come periodo della decadenza. Ripetutamente l’Egitto cade sotto dominazione straniera: degli assiri nel VII sec., dei persiani nel V, dei macedoni di Alessandro Magno nel IV, fino a quando, nel 31 a.C. diventa una provincia romana.


SOCIETA’ DIRITTO ECONOMIA

La parola faraone deriva dalla Bibbia ed è traduzione dell’egiziano per –aa (grande casa)  con la quale si indicava il palazzo del re e, successivamente, il suo abitante.
Il faraone è considerato  dio in terra e signore di tutto il paese. Nel mito il faraone è discendente di Horus –Horo, figlio ed erede legittimo del dio Osiri, vittorioso sull’usurpatore e fratricida Seth, dio del disordine, del deserto e delle tempeste, in età tarda considerato l’incarnazione del male. Il faraone rappresenta quindi la vittoria del bene sul male, della legittimità sull’usurpazione, dell’obbedienza sulla ribellione; è colui che applica maat, la giustizia sulla Terra, l’equilibrio della creazione.

il dio Horus


I sacerdoti: la casta sacerdotale era particolarmente ricca e influente. In una società in cui il faraone era considerato una divinità, i sacerdoti si collocano, per potere e prestigio, al secondo posto. I sacerdoti erano numerosi e organizzati gerarchicamente. Si dovevano occupare della celebrazione delle funzioni religiose e dei riti dovuti agli dei, seguendo precise regole e un preciso calendario. Solo in questo modo le divinità avrebbero garantito la loro benevolenza e la protezione de Paese.
Il sacerdote doveva seguire precise regole di comportamento (per esempio si dovevano rasare tutto il corpo, non potevano assumere determinati alimenti come le verdure verdi e i pesci d’acqua salata…); indossavano, come segno distintivo, una pelle di pantera.
Il tempio non era solo un luogo di culto, ma anche un centro amministrativo, economico e culturale. Solo ai sacerdoti era concesso di accedere alla arte più interna del tempio, il sacello, dove era conservata la statua sacra della divinità alla quale, dopo aver compiuto dei rituali di purificazione, venivano offerti dono alimentari.
Si sa che i sacerdoti rivestivano anche il ruolo di medici ed esorcisti.
Il ruolo dei sacerdoti in ambiti così importanti della vita sociale (religione, cultura, economia, medicina) rese notevole il loro potere, al punto che, in alcuni momenti, arrivò a condizionare e minacciare quello dello stesso faraone.



Il visir. Per amministrare lo Stato il faraone ricorre a un alto numero di funzionari. Il più importante è il visir (termine turco moderno con il quale si indica una sorta di primo ministro). In origine ce n’è per tutto il Paese; durante il Nuovo Regno  ce ne sarà uno per l’Alto e uno per il Basso Egitto. Il visir è una sorta di superministro  del Tesoro, degli Interni, della Guerra, dell’Agricoltura e della Giustizia.
Una fitta burocrazia assicurava le entrate fiscali al regno. Esisteva un sistema di tassazione  per terre e oro: i cittadini erano tassati secondo le rendite(i guadagni economici)  e secondo le terre che possedevano. Per svolgere questo compito esisteva un ufficio catasto.
In più i cittadini erano tenuti a compiere lavori di interesse pubblico (per esempio la realizzazione e la manutenzione di opere di canalizzazione)


Le altre classi sociali
Antico Regno: le cariche di funzionario non sono ereditarie e per accedervi non è necessario provenire da una precisa classe sociale. Non ci sono separazioni giuridiche tra ricchi e poveri. Si è uguali davanti alla legge.

Oltre a funzionari e clero, la massa della popolazione è costituita dai  contadini che lavorano per i  privati, per il  re o per i templi con contratto di lavoro registrato in un ufficio statale. Nel contratto si definivano esattamente prestazione di lavoro, gli obblighi del lavoratore e quelli del datore di lavoro.  Non attenersi alle condizioni fissate  significava essere citati nei tribunali locali.

Operai dello Stato lavoravano nelle cave e nelle miniere.

Esisteva una classe artigiana, soprattutto urbana, costituita da falegnami, vasai, fornai, muratori... e una classe di commercianti e, soprattutto nel Delta, di  marinai dediti al commercio marittimo soprattutto verso Creta, Cipro, il Libano.



Esercito                         
Nel NR l’esercito è formato da professionisti ai quali si aggiungono giovani in servizio di leva e un gran numero di mercenari stranieri. Il reparto dei carri da guerra (introdotto in Egitto dagli Hyksos) era riservato ai giovani di famiglia ricca. La marina formata da marinai del Delta.
La classe più bassa era composta da persone che appartenevano al re, ai templi e ai privati. Si tratta dei servi (non è corretto definirli schiavi, in quanto potevano possedere beni propri, avere famiglia, conservano una certa possibilità di contrattare le condizioni di lavoro, sono cittadini a tutti gli effetti). Gli uomini di questa classe erano per lo più addetti al lavoro dei campi, le donne alla cura della casa.


Fine dell’ Antico Regno: si formano le prime significative differenze tra classi sociali: le cariche di funzionario e certi gradi di nobiltà legati a cariche più alte divengono ereditari. Nasce una classe di nobili, il cui tenore di vita si fa più lussuoso, grazie all’ottenimento di ampi privilegi, come l’esenzione dalle tasse. Anche le cariche sacerdotali divengono ereditarie e i templi ottengono l’ immunità fiscale.  Si forma una potente oligarchia locale, mentre il potere centrale si indebolisce sempre di più.
Le classi subalterne ricorrono alla rivolta contro privilegi delle classi privilegiate. Si precipita nel periodo di disordini politici e sociali descritto dalle Lamentazioni di Ipu-Ur.
Dopo il 1° periodo intermedio i faraoni riescono a neutralizzare nobiltà e suoi privilegi. Si ritorna verso una condizione di maggiore uguaglianza dei diritti.
La classe più svantaggiata continua ad essere quella dei servi (tra cui numerosi prigionieri di guerra), ma si nota la tendenza che essi hanno ad integrarsi con i liberi ( si hanno casi di nozze tra servi e uomini/donne di altre classi sociali).

Nuovo Regno:  si assiste ad una più accentuata tendenza all’egualitarismo (formalmente i cittadini sono uguali davanti alla legge). Vengono eliminati i residui privilegi fiscali dei templi; i funzionari vengono scelti da ogni ceto sociale; i titoli di nobiltà concessi dal faraone non sono ereditari. La carica del visir viene sdoppiata. Ci sarà un visir dell’Alto Egitto e uno del Basso Egitto.
Con la crisi alla fine del Nuovo regno  si indebolisce nuovamente il potere centrale, si riscontra un alto livello di corruzione tra i funzionari; i templi, già ricchi, ottengono ancora l’esenzione fiscale; lo Stato, impoverito,  non è in grado di pagare il salario agli operai. Durante il regno di Ramesse III, le fonti ci tramandano il ricordo di una serie di scioperi degli operai della necropoli di Tebe.

Periodo della decadenza: le classi sociali diventano più rigide; templi  sempre più potenti e dotati di privilegi e immunità assorbono le piccole proprietà private; la condizione dei lavoratori, soprattutto agricoli, è miserabile. Un contadino è spesso esposto a diventare schiavo del creditore (che in genere è il tempio) al quale aveva chiesto prestiti, arrivando a pagare interessi altissimi (fino al 120%).

LA GIUSTIZIA

Nell’AE il sistema giudiziario dipendeva dal faraone, che era il depositario di MAAT  e giudice supremo. Non ci sono arrivate raccolte di leggi, ma certo esistevano fin dall’AR, come testimoniano le Lamentazioni di Ipu-ur:

Davvero le leggi del tribunale sono gettate fuori  si cammina sopra di loro nelle piazze / i miserabili le fanno a pezzi nelle strade. / Davvero si entra e si esce dal Grande Tribunale, / i miserabili vanno e vengono dalle Grandi Dimore.

Si hanno e  testimonianze delle leggi e delle riforme stabilite anche attraverso gli storici greci come Diodoro Siculo. Le leggi erano a disposizione del visir nel suo ufficio. Il visir, dopo il faraone, era la suprema autorità giudiziaria e il tribunale da lui presieduto era quello di grado più elevato.
Nell’AR esistevano sei tribunali chiamati Grandi Dimore. I giudici che assistevano il visir formavano il Consiglio dei Trenta. Nel NR i due visir presiedevano ciascuno una grande corte di giustizia: una a Tebe, l’altra a Eliopoli.
C’erano anche dei tribunali locali, formati da notabili cittadini e presieduti da un rappresentante del faraone. I tribunali locali potevano giudicare solo in materia penale o di contestazioni di proprietà. In tutti gli altri casi erano competenti i tribunali presieduti dal visir, sulla base di richiesta scritta di chi riteneva di aver subito un torto.
Tra le pene inflitte dai tribunali la più grave era quella di morte. Veniva comminata solo in caso di colpe gravissime (come la congiura ai danni del faraone). A personaggi di rango elevatissimo si concedeva, come “privilegio”, di darsi la morte da soli. La pena di morte anche era riservata anche ai giudici che si erano fatti corrompere nella loro funzione.
Ai funzionari disonesti era riservato il taglio del naso e delle orecchie.
La bastonatura: era la pena più frequente. Si poteva arrivare fino a 100 colpi (per  es. nel caso di militari che compiono azioni abusive nei confronti della popolazione).
Nel caso di furto al posto della pena corporale poteva essere imposta la restituzione del valore delle cose rubate per una cifra anche più che triplicata.
Esistevano anche la deportazione e il lavoro forzato.
Esisteva una giustizia oracolare: ci si rivolgeva, attraverso particolari rituali, all’immagine degli dei per scoprire il responsabili di un reato.  

Il senso di giustizia è ritenuto estremamente importante nella morale egiziana. Nel libro dei morti il defunto confessa  davanti agli dei di “non aver compiuto iniquità invece di giustizia” , “di non essersi accanito sul povero “, “di non aver falsato i pesi della bilancia”.
Giustizia era considerata come “diga per il misero che deve evitar che si anneghi”.


SOCIETA'

Il matrimonio era monogamico, anche se era concesso all’uomo vivere con una o più concubine nel caso la moglie  non avesse dato figli. Non era necessario un rito religioso o civile. Bastava consenso dei due sposi a vivere insieme – o, talvolta, l’ accordo tra futuro marito e il padre della sposa. La sposa conserva la proprietà e la disponibilità dei suoi beni. Può disporre dell’ eredità a suo piacimento, anche diseredando uno dei figli (esiste un  documento in cui una donna disereda alcuni suoi figli per averla trascurata in vecchiaia). 
Il divorzio era possibile e frequente. La causa principale era l’adulterio. Se la moglie veniva ripudiata senza colpa aveva diritto a un terzo dei beni del marito. Perdeva ogni diritto se, invece, abbandonava il tetto coniugale di sua volontà o avendo commesso adulterio.
I figli erano molto desiderati. In caso di mancanza di figli naturali era frequente l’adozione “E’ felice un uomo la cui famiglia è numerosa: è onorato in proporzione ai suoi figli”.


ECONOMIA

La base era l’agricoltura legata alla piena stagionale del Nilo. I prodotti essenziali erano grano e orzo.
Quando l’inondazione era insufficiente si poteva verificare una carestia, caso frequente soprattutto nei periodi di disordine politico, quando il sistema di canalizzazione veniva trascurato dal governo indebolito. Normalmente però lo Stato aveva riserve di cereali sufficienti per nutrire la popolazione fino al successivo raccolto. Sappiamo che durante il NR, in caso di necessità, fu importato grano dalla Siria.
Altro prodotto tipico dell’agricoltura egiziana era il lino, coltivato fin dalla preistoria. Importanti erano gli alberi da frutto, in particolare  fichi e datteri.



L’Egitto povero di legname, che importava principalmente dal Libano.        
Il più comune mezzo d trasporto era la barca per mezzo della quale si sfruttava la comoda via fluviale del Nilo. Il cavallo (conosciuto dal periodo della dominazione degli  hyksos) era limitato all’uso bellico. Come mezzo d trasporto su terra  veniva usato, semmai, l’asino.
Il nutrimento principale era il pane. La carne era bovina, ovina o suina (ma quest’ultima era tabù per i sacerdoti). Nell’AR si allevavano e mangiavano anche le iene. Molto consumati erano i volatili ei  pesci. Si mangiavano molte verdure, legumi e frutta (fichi e datteri in special modo). Si dolcificava con miele o con il succo di datteri. Era sconosciuto lo zucchero.  Il sale proveniva dal deserto libico e si usava principalmente per conservare i pesci.  Dal deserto libico giungeva anche il natron usato per la mummificazione.



La bevande più utilizzata, oltre all’acqua e ai succhi d frutta, era la birra (pane e birra sono anche  le offerte base per i defunti). Il vino era meno diffuso e più costoso (si trovavano vigneti nel Delta e nelle oasi della Nubia).


"Mangiano pane, e pecisamente, pani confezionati con segala, che chiamano 'cillesti'. Fanno uso di vino distillato dall'orzo, poichè non ci sono viti nel loro Paese. Si cibano di pesci, mangiandone alcuni crudi, dopo averli seccati al sole, altri conservati in salamoia; fra gli uccelli, essi mangiano crudi le quaglie, le anitre e altri uccelli minuti che hanno salato in precedenza. Tutti gli altri uccelli e pesci che si trovano nel loro paese, eccetto quelli che sono indicati come sacri, tutti vengono mangiati arrostiti o lessati.
Durante i banchetti dei ricchi Egiziani, quando i convitati si levano da tavola, c'è uno che porta in giro, raffigurata in legno, una mummia nella sua bara, imitata a perfezione, alta in tutto uno o due cubiti e, mostrandola a ciascuno dei convitati, dice: 'Guardando questa, bevi e sta' allegro; poichè, dopo morto, sarai così anche tu'.
Questo essi fanno durante i banchetti."

Così lo storico greco Erodoto (484 a.C. - 425 a.C.) descrisse le abitudini alimentari degli Egiziani. Erodoto è famoso per aver descritto paesi e persone da lui conosciute in numerosi viaggi. In particolare ha scritto a riguardo dell'invasione persiana in Grecia nell'opera Storie.

È ritenuto il "padre della storia", ma anche il "padre dell'etnografia" grazie alle sue descrizioni dei popoli cosiddetti barbari (PersianiEgizianiMedi e Sciti) che, seppur con molte inesattezze, mostrano un pensiero aperto ed una grande capacità d'osservazione.


RELIGIONE

documentario: http://www.youtube.com/watch?v=1Dnr-j9RK_w

Per gli egiziani la divinità era presente in tutti gli aspetti della vita: nella natura, nella società, nella storia.
Il pantheon dell’Antico Egitto è assai complesso e frutto di una lunghissima evoluzione. Alcuni dei rappresentano strettamente un elemento naturale e, spesso, ne portano il nome: RA è il sole, NUN l’acqua, NUT il cielo,  GEB la terra.

Shu, il vuoto, separa Geb, la terra, da Nut, il cielo
Altre divinità invece rappresentano  le città o le province in cui principalmente erano venerati: protettrice dell’Alto Egitto è la dea NEKHBET sotto forma di avvoltoio bianco, mentre nel Basso Egitto riveste lo stesso ruolo la dea-cobra UTO. Anche le capitali avevano divinità particolarmente venerate: a Menfi PTAH, patrono degli artigiani, sposo della dea-leonessa SEKHMET e padre del dio-fiore NEFERTUM; a Tebe emergerà invece una delle figure divine più venerate in Egitto, il dio AMON. Nel Delta orientale, aperto all’influenza asiatica si affermano divinità di origine straniera. La più importante è SETH, dio del disordine. E molte altre se ne potrebbero citare.

Seth
Ci sono divinità strettamente connesse con la morte e il mondo dell’Aldilà: ANUBI, il dio dalla testa di sciacallo a cui si attribuisce l’invenzione della pratica della mummificazione; la dea “OCCIDENTE” (la regione dove, tramontando, muore  il Sole e dove, quindi, si seppelliscono i morti); e soprattutto OSIRI, divinità che incarna molte funzioni (sovrano, salvatore, dio cosmico, etc.) ma che soprattutto è il principale patrono dei morti e della loro sopravvivenza dopo la morte.

Nella religiosità egiziana era anche molto diffuso il culto per particolari oggetti, piante e animali.
La zoolatria (culto per gli religioso per gli animali)  era assai diffusa. Ad esempio a Menfi era venerato il toro API, consacrato al dio Ptah. Attraverso precisi criteri un toro veniva scelto come sua incarnazione e tutta la vita di questi animali era scandita da particolari riti religiosi per concludersi con funerali degni di un re. Animali sacri esistevano in tutti i templi e si sono scoperti immensi cimiteri dove sono stati rinvenuti i loro corpi imbalsamati.

devoto in adorazione del toro Api

mummie di animali
La diffusione della zoolatria non va confusa con un altro elemento assai tipico della religione egiziana: il fatto che la maggior parte degli dei appaia  dotata di teste animali (HORO con la testa di falco, THOT con la testa di ibis, SEKHMET con la testa di leonessa, HATOR con quella di mucca…). In questo caso la funzione dell’elemento animale serve a descrivere le qualità della divinità attraverso il paragone con l’essere rappresentato: ANUBI è il dio dei cimiteri come lo sciacallo, HORO è il sovrano del cielo, come un falco, la sfinge che rappresenta il sovrano, “dice” che lui è come un leone, re degli animali. E così come, nella concezione religiosa egiziana, negli animali sacri trovava corpo un dio, nel corpo dei faraoni si manifestava sempre lo stesso dio della regalità, che è HORO, ed come se fosse il dio stesso a sedere sul trono. Da qui la funzione del faraone che, oltre che sovrano è il supremo sacerdote e il responsabile dell’attuazione dell’ordine cosmico: MAAT.

IL MITO DI OSIRI, ISI, SETH E HORO

Secondo uno dei più celebri miti dell’Antico Egitto, Osiri è lo sposo di Isi e viene ucciso dal fratello Seth che vuole usurparne il trono e che, dopo l’assassinio ne smembra il corpo e ne sparge i pezzi per tutto l’Egitto. La sposa Isi pezzo dopo pezzo ricompone il corpo del marito, si unisce a lui e ne ottiene un figlio, Horo, il legittimo erede al trono del padre.  Osiri infatti non è più di questo mondo e regnerà sull’Aldilà. Horo dovrà infine scacciare dal trono lo zio usurpatore Seth per vendicare (ma i testi egiziani dicono “curare”) il padre.

IL TEMPIO

Nell’edificio templare si distinguono nettamente la parte riservata al dio da una parte accessibile al pubblico. Vi si trovano anche una serie di magazzini e gli alloggi dei sacerdoti, il tutto circondato da un recinto che separa il tempio dallo spazio esterno.
Solo i sacerdoti hanno accesso al sacrario (la parte in cui è conservata l’immagine del dio), mentre per il resto della popolazione sono previsti diversi livelli di avvicinamento, a seconda che il culto sia più o meno aperto al pubblico.
Il tempio non è solo un’istituzione religiosa, ma anche economica (possiede terre e assume addetti che le lavorano o svolgono altre attività produttive).
Il tempio ha al suo servizio numerosi addetti: le abitazioni di un villaggio connesso al culto delle tombe reali e di altri templi ha restituito papiri medici, matematici e veterinari. La maggior parte dei papiri riguarda però il personale strettamente sacerdotale. Sappiamo che il personale del tempio è organizzato in una gerarchia che va dal portinaio al sommo sacerdote e che essenzialmente si divide in due “classi”: i puri (wab) che sono tutti quelli che possono enrare nel tempio e i servi del dio che sono gli specialisti addetti al culto, che possono toccare l’immagine del dio nel corso delle operazioni rutuali quotidiane (che sono le cure che si darebbero a un essere umano: lavaggio, offerta di cibo e bevande…).
L’incarico spesso si tramanda di padre in figlio, anche se l’eredità deve essere confermata dal faraone che può riservarsi di nominare i sacerdoti anche fuori da questo schema.
In realtà l’unico vero celebrante è considerato il faraone, il quale non fa altro che delegare la sua funzione a degli specialisti del rituale, dei tecnici del culto.

il tempio di Abu Simbel, sul corso del Nilo


LE PRINCIPALI DIVINITA’ EGIZIE

AMON: il suo nome significa “il nascosto”, è il re degli dei, signore del mondo terreno e di quello celeste.
ANUBI: dio dalla testa di sciacallo. Accompagna i defunti nell’Aldilà ed è legato ai rituali della mummificazione.
HATOR:  dea della gioa, dell’amore e dell’ebrezza. E’ rappresentata con orecchie e corna di vacca.
HORO: dio dalla testa di falco. Vendicatore del padre, simbolo della potenza vincitrice e perciò associato alla figura del faraone.
ISI/ISIDE: rappresenta il potere reale in quanto moglie di Osiri e madre di Horo. Molto popolare anche oltre l’Egitto (sarà molto venerata ance nell’impero romano) assume anche il ruolo di protettrice dotata di ampi poteri magici.
KHEPRI: dio dalla testa di scarabeo. Governa il rinnovamento ciclico della natura e la rinascita quotidiana del sole.
MAAT: personifica i principi di ordine, regolarità e giustizia. Sposa (a volte è rappresentata come figlia) del dio Ra
OSIRI: dio della morte e della rinascita. Giudice ultraterreno degli uomini, ne decide il destino nell’oltretomba. E’ rappresentato a forma di mummia con i simboli del potere faraonico: lo scettro e il flagello.
PTAH: dio della conoscenza e del sapere, è il protettore di artisti e artigiani. E’ rappresentato a forma di mummia, con il capo rasato e uno scettro in mano.
RA: dio del sole. Rappresentato con un disco solare sul capo o anche con la testa a forma di falco. Ha un rapporto privilegiato con il faraone che a volte porta il titolo di “figlio di Ra”.
SETH: dio del disordine, delle tempeste e del deserto. Appare sotto forma di un animale difficilmente identificabile. Assassino del fratello Osiri. In epoca tarda diviene la personificazione del male.



I CULTI FUNERARI

Gli egiziani credevano nella continuazione della vita nell’Aldilà. Era necessario, però, che il nome del defunto continuasse ad esistere (da qui l’origine delle iscrizioni nelle tombe), che il corpo rimanesse intatto (la mummificazione) e che non gli mancassero cibo e bevande (a cui si provvedeva tramite il culto funerario e le formule magiche che si aveva cura di scrivere per il defunto).

I primi testi funerari, risalenti all’AR (i cosiddetti Testi delle piramidi) raccontano che solo il faraone aveva diritto di raggiungere gli dei nel cielo. Nel 1°INTERMEDIO i Testi dei sarcofagi ci dicono che i paradisi ultraterreni sono, nelle credenze di quest’epoca, aperti anche ai nobili (come i governatori delle province). Successivamente ogni defunto in grado di farsi costruire una tomba e far conservare il suo corpo “guadagna” questo diritto all’aldilà.

Nelle tombe e nei sarcofagi, a partire dal NR si trovano dei testi, noti come LIBRO DEI MORTI. Con questo termine si intendono una serie di testi funerari, formule magiche, preghiere intese come guida per il defunto nel suo viaggio dopo la morte. La conoscenza delle formule era considerata essenziale affinchè il defunto potesse allontanare da sé le forze malvagie che ostacolavano il suo cammino. Era indispensabile anche nel momento del giudizio di fronte al tribunale del dio degli inferi, Osiri .

La pesatura del cuore

 Si tratta del rituale della PSICOSTASIA. Il defunto si presentava di fronte a Osiri, il Giudice supremo, e a 42 giudici, simbolo dei peccati. Ognuno di questi giudici veniva chiamato per nome e bisognava negare di aver commesso il peccato che esso simboleggiava: era la confessione negativa.

Non ho compiuto iniquità contro gli uomini / Non ho maltrattato il bestiame / Non ho sopportato di vedere il male / Non mi sono accanito contro il povero / Non ho danneggiato il servo presso il suo padrone / Non ho rubato le focacce dei defunti / Non ho falsato il peso della bilancia / Non ho privato il gregge della sua erba….

Questo tribunale, che il defunto raggiungeva grazie alla guida di ANUBI, giudicava i morti pesandone il cuore. Al centro della “Sala della Verità” si trovava una bilancia con due piatti sulla quale avveniva la psicostasia (pesatura dell’anima): nel primo piatto c’era una piuma, simbolo di MAAT; nel secondo c’era il cuore del defunto. Gli egizi pensavano che il cuore, sede del pensiero, della bontà e del sentimento, se privo di peccati fosse più leggero di una piuma. Pesandolo il tribunale sarebbe stato in grado di giudicare il defunto.
La pesatura era effettuata dal dio THOT, che aveva il compito d registrare l verdetto: se i due pesi si equivalevano, l defunto avrebbe avuto diritto ad accedere all’Aldilà, ma se il cuore pesava più dela piuma, questo sarebbe stato sbranato dalla Grande Divoratrice, un animale mitologico, metà coccodrillo e metà ippopotamo.: In tal caso  l’uomo avrebbe subito la seconda morte, dalla quale non avrebbe potuto fare ritorno.
Nel Libro de Morti viene anche riportata una formula magica che, incisa su uno scarabeo di pietra posto sul cuore del defunto, serviva a indurre il cuore a testimoniare a favore del defunto:

“Mio cuore di mia madre, mio cuore di mia madre, non testimoniare contro di me, non levarti come testimone contro di me, non volgerti contro di me davanti al tribunale. Non fare inclinare il piatto della bilancia.”

Se la psicostasia aveva successo,  il defunto ha accesso a un mondo tutto sommato non molto dissimile da quello che si è appena lasciato. Per questo motivo le tombe erano fornite di oggetti, mobili e tutto il necessario per la vita quotidiana. Se l’individuo, in vita disponeva di una servitù, anche nella vita ultraterrena, si pensava, ne aveva diritto: rispondono a questa esigenza le ushabti, statuine che, animandosi nella vita ultraterrena, avrebbero dispensato il defunto dalla fatica di eventuali lavori a cui avrebbe potuto essere sottoposto. Le ushabti rappresentano figure maschili con attributi di lavoro (zappa, aratro, macina, tornio…). Spesso sono accompagnate da iscrizioni, la cui declamazione serviva per dar loro vita e svolgere il lavoro al posto del defunto.

ushabti